Google tracks you, DuckDuckGo doesn’t

Sono irresistibilmente attratto da qualsiasi tipo di discussione riguardante il Reference in biblioteca e l’Information Literacy. Il fatto è che il tema di questo post non tocca direttamente le due questioni. Perché allora introdurre un articolo sui pregi di un motore di ricerca come DuckDuckGo chiamando in causa due mostri sacri della professione del bibliotecario?
La realtà è che mi trovo d’accordo con chi sostiene la tesi: Information Literacy e Reference (sia esso fisico o virtuale) non possono prescindere da una seria discussione su Media e Digital Literacy.
Prima di investire le biblioteche del nuovo ruolo di community hub (luoghi deputati per lo sviluppo dell’informazione e delle reti di comunità), credo sia d’obbligo spendere qualche parola su un aspetto molto importante dell’alfabetizzazione digitale: la privacy.
Tema scottante? Molto. Un altro mostro sacro, e con questo siamo a tre.

L’idea per questo articolo mi è venuta quando ho letto che dal 22 luglio prossimo scatterà la deadline per l’invio delle slides per tutti i partecipanti al convegno-satellite promosso dall’IFLA (dal titolo: Re-defining and Refining Information Literacy and Reference Services in the Digital Age), fissato per il prossimo 15-16 agosto presso la Biblioteca Nazionale di Singapore.
Librarians are required to improve their own IL [leggi: Information Literacy] competency to provide better IL instruction to users, leading to increasingly digital-savvy users who are able to find information on their own, recita l’abstract di corredo alla presentazione del main-theme del meeting.
Vado a controllare chi sono i relatori di punta del convegno e scopro che tra loro compare Kimberly Johnson, User Experience Researcher di Google. Il lavoro di ricerca di Kimberly consiste nello studiare attentamente i modi attraverso i quali la gente cerca le informazioni online. Non solo, Kimberly è membro del Search Education Team di Google e ha lavorato con centinaia di bibliotecari, studenti e insegnanti in giro per il mondo sugli aspetti fondamentali dell’Information Literacy, competenze nella ricerca incluse. Non bastasse, vanta una laurea presso la Stanford University.
Guardacaso, la stessa università da cui provengono Larry Page e Sergey Brin, i creatori di Google.

E così ci siamo, abbiamo l’antagonista di questo post, colui che interpreterà il ruolo del villain come in una delle classiche storie di supereroi: Google.
Comodo, veloce, gettonatissimo, semplice e accattivante per l’integrazione invidiabile con i servizi collegati, il motore di ricerca più famoso al mondo non ha rivali in quanto ad appeal.
Browser come Firefox, Chrome, Opera e Webbie (per ipovedenti) usano Google come motore di ricerca predefinito, integrandolo quindi di default anche nella address bar (il classico https://www.google.com/search?q=).
Google non è solo un motore di ricerca. L’azienda è diventata negli anni un vero e proprio brand che non ha tralasciato un solo aspetto del mercato tecnologico: dall’acquisizione nel 2005 dell’azienda di Andy Rubin (creatore di Android) al recente sviluppo dei Google Glass, passando per il Play Store e quella genialata micidiale che popola i googlefonini chiamata Ingress.
Senza nulla togliere a Kimberly Johnson, della quale invidio moltissimo il lavoro e la longitudine geografica, mi chiedevo, scorrendo la pagina degli speakers che presenteranno il meeting dell’IFLA, se durante i suoi seminari, incontri, progetti di cooperazione con insegnanti e bibliotecari sia solita introdurre il tema della bolla filtrante (in inglese: filter bubble).

Sappiamo cos’è questa famigerata bolla filtrante? Sì, grazie all’ormai storico j’accuse di Eli Pariser (2011) in uno dei Ted Talk più sconcertanti degli ultimi anni e al suo libro The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You, divenuto oramai un must per tutti coloro che si occupano di alfabetizzazione digitale.
Grazie al fondatore di MoveOn (nonché creatore di UpWorthy) sappiamo oggi che il motore di ricerca di Google non è più uno standard dal 2009. Da qui in poi vengono inseriti nei suoi ingranaggi una serie di filtri in grado di personalizzare le ricerche dell’utente a seconda che egli sia seduto, in piedi, stia usando un laptop, un desktop pc o un dispositivo mobile. Si tiene conto della località in cui si trova, di quali sono i suoi interessi, i siti e le parole chiave più ricercate e se ha effettuato o no l’accesso ai servizi di Google.
Ne è passato di tempo da quando Larry Page e Sergey Brin svilupparono PageRank, l’algoritmo che per 12 anni avrebbe fatto il suo dovere consentendo alla mia generazione di accrescere l’esperienza della navigazione. Ricordo ancora quando nel 2000 venne introdotta la versione di Google nelle prime dieci lingue, italiano compreso. Nell’asfittica sala computer di Ca’ Foscari non si parlava d’altro. Perché sapevamo che l’innovazione più significativa di PageRank derivava dalla metodologia della ricerca accademica, dove a un maggior numero di citazioni equivale una maggiore autorevolezza all’interno di un determinato campo.
Intendiamoci, PageRank esiste ancora al cuore di Google. Quello che è cambiato, dal 2009, sono i presupposti che gli hanno dato vita. E, comunque la si voglia vedere, Google è una multinazionale quotata in borsa e soggetta come tutte le finanziarie al rating di Standard&Poor. Il perfetto esempio del villain.

Dall’altra parte della barricata, DuckduckGo.
DuckduckGo è un motore di ricerca definito “ibrido”, lanciato nel 2008 dal fondatore Gabriel Weinberg, che ha la pretesa di migliorare la pertinenza delle ricerche grazie alla combinazione di motori come Yandex, Yahoo!, Bing , WolframAlpha, sorgenti di contenuti liberi (e, soprattutto, umani) come Wikipedia e altri open source contributors. A luglio 2013 l’incremento delle query giornaliere ha raggiunto quota 3.000.000.
La simpatica paperella vanta un motore scritto in Perl (detta così suona molto da drive-test di Quattroruote), il linguaggio di programmazione “magico” creato da Larry Wall e distribuito con licenza Gnu General Public. Per dirla in parole povere: software libero.
Ma, cosa ben più importante, DuckDuckGo a differenza di Google (e Yahoo, Bing e tutti gli altri) non invia i dati sensibili delle ricerche dell’utente ad altri siti. Tecnicamente si dice che previene il search leakage.
Per semplificare, parlo di quel meccanismo per cui se eseguo una qualsiasi ricerca con Google, nel preciso istante in cui clicco sul link del sito che voglio raggiungere, al sito che sto per visitare arriva il Referer completo di tutti i dati necessari per conoscere gran parte della mia storia: termini di ricerca, indirizzo della pagina da cui provengo (se, ad esempio, avessi cliccato su una qualsiasi delle notizie presenti nell’home page di Yahoo/Libero/Msn), dati personali e così via.

La privacy policy di DuckDuckGo è alla base del comportamento del suo algoritmo. I siti che raggiungo sapranno che sono partito dai risultati di DuckDuckGo ma non sapranno mai i termini di ricerca che mi hanno portato a scoprire questo o quel sito web in particolare.
Eccola lì, la parola tanto temuta e di cui si abusa molto spesso in nome di tutte le tutele possibili e immaginabili: privacy.
Sarebbe bello insegnare agli utenti delle biblioteche (ma non solo) che, innanzitutto, il concetto di privacy non è legato soltanto alla firma di un modulo, alla sottoscrizione di una newsletter o al rifiuto di bippare l’abbonamento elettronico dell’autobus per paura che l’azienda trasporti del caso possa utilizzare quei dati per scopi misteriosi.
Tutelare la privacy, se parliamo di Digital Literacy, significa rifiutare la bolla filtrante. O, almeno, sapere che esiste.
Il fatto che DuckDuckGo non utilizzi meccanismi di tracciamento per svendere il referer degli utenti, non lo rende forse uno strumento adeguato per tornare a ragionare sul web con un approccio più libero?
Quanto a personalizzazioni, offre le stesse funzioni dei concorrenti più gettonati. Tra l’altro, indicizza tutti i tipi di file al pari di Google, per cui è possibile utilizzare la stringa “filetype:.* + termine/i di ricerca” per escludere dalla ricerca, ad esempio, i risultati html. Interessante anche la funzione !Bang che consente di cercare direttamente su più di 100 siti web. Ad esempio se digito “!images Biblioteca” mi apparirà immediatamente il risultato della ricerca immagini di Google Images. Se volessi una lista di video sull’Information Literacy su Youtube scriverei “!youtube information literacy” e… zac! mi apparirebbero direttamente i risultati come se li avessi cercati su YouTube. Idem per “!scholar” e così via…
Provare per credere.

Non vorrei essere frainteso su un punto in particolare: Google, Bing, Yahoo e tutti gli altri non sono il male. Fanno il loro lavoro egregiamente e offrono servizi di cui difficilmente potremmo fare a meno.
Se vogliamo però parlare di competenze di base, di abc dell’alfabetizzazione informativa (chiamatela Digital Literacy, Information Literacy, Media Literacy o come meglio preferite) e magari se ci occupiamo di didattica della ricerca per le scuole, credo che non dovremmo tralasciare questi aspetti.
Solo in un secondo momento, se mai fossimo riusciti a convincere i ragazzi (e gli adulti) che può valerne la pena, potremmo anche parlare di cose come Tracking Cookies o Data-Miner, un’altra bella fazione di villains pronti a tutto.
Ma un qualche supereroe che faccia al caso dovrei trovarlo. Magari scopro che è proprio Kimberly Johnson…

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