Una riflessione su biblioteche e web design

Why do we feel like we need to kind of keep revisiting the archetipe over and over again?

Karim Rashid
Designer, New York
(Objectified, 2009)

Nei Disney Store non mancano cartelli ammiccanti che invitano i clienti a continuare la visita nel negozio online per godere appieno dell’esperienza Disney. Questo è marketing, chiaro. Infatti, se ci lasciamo tentare da disneystore difficilmente non cercheremo di esplorare tutte le chicche a nostra disposizione. Stessa cosa dopo aver guardato uno dei programmi TV di Rai Junior: provate a staccare un bambino (o magari voi stessi, se avete un po’ di tempo da perdere) dal sito, se ci riuscite.

Forse dovremmo fare la stessa cosa nelle nostre biblioteche. Ci abbiamo mai pensato? Abbiamo una segnaletica che stuzzichi in tal modo la curiosità degli utenti? Ma soprattutto: siamo certi che l’esperienza della navigazione nel sito web della nostra biblioteca offrirà loro una naturale continuazione virtuale della visita fisica? Come immaginiamo l’esperienza online dei visitatori e cosa facciamo per migliorarla? Diamo priorità al testo o ai video e alle immagini (e mettiamo in relazione la media della durata delle visite sulle nostre pagine con il tempo necessario per usufruire del loro contenuto)?
Sono tutte domande che esigono risposte complesse. Proverò a fare un po’ di chiarezza prima di affrontare il tema centrale di quest’articolo, che riguarda l’importanza di un graphic design e di un web design funzionali e accattivanti nei siti web delle biblioteche.

Un’avvertenza: se fate parte di quei bibliotecari che ritengono che sul sito sia sufficiente scrivere fiumi di parole per presentare nei minimi dettagli i servizi e che il suo obiettivo principale sia semplicemente quello di esistere (considerandolo più o meno alla stregua di un poster virtuale appeso all’entrata) o se per voi è sufficiente una tabella con orario di apertura seguita dall’elenco delle qualifiche tecniche del personale impiegato (come se all’utenza interessasse sapere che il vostro nome in codice è, quando va bene, “Istruttore Bibliotecario cat. C”, o, più frequentemente, “Istruttore Amministrativo” seguito dal codice che preferite), allora non leggete questo post.
Se proprio volete provarci, accettate di aver sottovalutato fino ad oggi alcune cose fondamentali. Arrabbiatevi, se potete, ritenetevi offesi: non è raro che per accettare un cambiamento radicale sia quasi necessario partire con il detestarlo. A me capita, più spesso di quanto non voglia ammettere.

Qualche esempio per iniziare

Prendiamo due titani dell’entertainment : The Verge e, per l’Italia, Everyeye. Scorrendo le loro home page la prima cosa che ci colpisce è la netta prevalenza di immagini rispetto al testo. L’impatto è forte, cinematografico, narrativo. Si percepisce uno storytelling di fondo che in qualche modo si ricollega allo stesso che caratterizza Disney Store e Rai Junior. Sono siti che soddisfano le aspettative del tipo di visitatori ai quali si rivolgono.

Ma, direte, dovendo rispettare la legge Stanca e tutte le direttive sull’accessibilità, le biblioteche non possono certo mettersi a costruire siti del genere. E’, in parte, vero. E giusto, se vogliamo. Ma è anche vero che una presentazione dei contenuti come quella del New Yorker può avere un impatto sugli adulti pari a quello di Everyeye sui giovani gamers. E il New Yorker ha fatto una scelta quasi tutta giocata sull’appeal tipografico dei font. In poche parole: più testo che immagini, ma il testo usato anche come abbellimento, decorazione. Ho provato per curiosità a navigare il sito del New Yorker con uno degli screen reader più famosi per Windows: Jaws. Funziona, a dispetto dei 97 errori e dei 124 avvisi segnalati dal Markup Validation Service del W3C.

L’idea per questo articolo mi è venuta riguardando il documentario di Gary Hustwit, Objectified, e riascoltando attentamente le interviste a Jonathan Ive (Senior VP Industrial Design, Cupertino) e Karim Rashid (designer newyorkese la cui sagoma di cartone a dimensione naturale ho potuto incrociare di recente in un aeroporto, pensando che, non fosse per i tatuaggi sulle braccia, Karim Rashid è inconsapevolmente il Renzo Arbore del 21° secolo, se non altro per per gli occhiali che indossa).
La citazione introduttiva di Karim continua ad affascinarmi dal 2009. Al termine dell’intervista il designer newyorkese non offre una risposta né tantomeno una soluzione, e questo è il bello. Il design non dà risposte, ma serve a rendere gli oggetti (fisici e virtuali) più funzionali, innovativi, semplici e esteticamente gradevoli. Motivo per cui, dopo la visione del documentario, sono corso a rileggermi alcuni post del blog di Louie Mantia, il designer di icone web più famoso al mondo, in particolare quelli sullo skeumorfismo e sull’importanza delle metafore nelle icone.
Rinfrancato dalle parole di Mantia e rallegrato dalla sua simpatica ironia, ho deciso di perdere un po’ di tempo passando in rassegna la maggior parte dei siti web delle biblioteche pubbliche del Veneto (e per siti web intendo qualcosa che inizi con http://www.biblioteca, per intenderci, non le pagine sotto la tristissima voce “ufficio” dei siti comunali), cercando di concentrarmi sulla scelta delle immagini, delle icone e di tutto il corredo grafico. E’ una cosa che faccio abitualmente da anni, di tanto in tanto, nella speranza di scoprire qualche novità eclatante.
Devo precisare che “la maggior parte” vuol dire pochi, veramente pochi. Se fate un salto sulla pagina dell’ICCU con l’anagrafica del Polo bibliotecario regionale del Veneto (VIA) scoprirete inoltre che tanti, troppi link puntano a pagine inesistenti. E già questo la dice lunga.
Il risultato è stato comunque come sempre deludente. Siamo onesti: la maggior parte siti web delle biblioteche venete metterebbe in fuga anche il visitatore meno esigente.
Smentitemi con i dati di Google analytics, se potete. Vi prego.

7 modi per…

In un’intervista apparsa su Web2learning nel 2012, David Lee King (Digital Services Director presso la Topeka & Shawnee County Public Library) suggeriva sette caratteristiche essenziali alle quali il sito web di una biblioteca non dovrebbe rinunciare. La trovata della segnaletica nei negozi Disney è sua, non mia.
Partendo dal presupposto che gli utenti entrano in biblioteca per trovare qualcosa da leggere, guardare o ascoltare (lo sanno bene alla San Giorgio di Pistoia che sull’home page hanno inserito una mappa con le principali attività che potrebbero interessare gli utenti: navigare, studiare, guardare, leggere, ascoltare, divertirsi, etc…), David faceva notare al punto 1 che la visita al sito web della biblioteca non offre un’esperienza attiva al pari dell’edificio che la ospita. Detto in parole povere, non è che ci sia molto da fare.
C’è il collegamento al catalogo, certo, ma l’utilizzo del catalogo non è il fine ultimo degli utenti. Il fine ultimo è leggere (e noi potremmo aggiungere: usufruire dei servizi). E’ necessario che gli utenti abbiano qualcosa da fare sul sito web, che si tratti di guardare un video, scaricare un ebook o un brano di musica gratuito, partecipare a un sondaggio, leggere una recensione, scorrere i consigli di lettura o anche solo interagire con i social media.

Il web user medio è solito seguire 5 link prima di passare a un nuovo sito, trascorrendo in media circa 2 minuti sui siti che contengono molto testo, blog compresi. Quando lavoriamo sulle nostre pagine, dovremmo tenere conto che il punto di partenza è questo limite temporale imprescindibile. In appena 2 minuti mi gioco 5 link e la fidelizzazione o meno del visitatore. Difficile che riesca ad ottenere un risultato positivo se il mio sito non ha un sufficiente appeal grafico o magari è strutturato con gli obsoleti (e vietati dagli standard) frames o se il massimo che riesco ad offrire come biblioteca è testo, testo e ancora testo senza alcun diversivo.
Un esempio: la pagina prestito locale di una biblioteca veneta di pubblica lettura (non dirò quale) contiene 496 parole. Calcolando che l’evoluzione attuale ci concede una lettura in media di 180 parole al minuto su un monitor, il risultato è che con una sola pagina mi sono giocato l’intera visita. Probabile che il visitatore non finisca nemmeno di leggere il testo, a meno che non sia determinato e dotato di una pazienza sopra la media. E, anche fosse, sarà comunque difficile convincerlo a visitare gli altri 4 link che gli spettano secondo le statistiche.
Ci sono i motori di ricerca per questo, dirà qualcuno. Vero, ma è anche vero che la percentuale più alta di queries che puntano ai nostri siti contiene i termini “catalogo” e “orari”. Lo sappiamo bene. Quindi, o abbiamo creato una pagina “catalogo” e una “orari” che colpiscono e invitano a continuare la navigazione o è probabile che, una volta ottenuta la risposta, il visitatore se ne vada.
Ecco perché la domanda che si poneva Karim Rashid in quel documentario fa al caso nostro.
Togliamo il punto interrogativo e facciamola diventare un bel dobbiamo riconsiderare l’archetipo in continuazione e accettiamo il fatto che un sito web non è per sempre, tantomeno il suo design. Proprio come un rasoio elettrico della Braun.

Un po’ di pratica

Dato che l’intento di questo blog è affrontare di petto i temi del web e graphic design per le biblioteche, vediamo come ricondurre tutto questo alla nostra realtà. Dovremmo, una volta al mese o a seconda delle nostre esigenze e possibilità, prendere in mano il nostro bel sito della biblioteca e chiederci:

  • Cosa ne pensano gli utenti (… chiediamoglielo con surveymonkey…)?
  • Funziona ancora?
  • Ha dei blog tematici collegati?
  • E’ mobile friendly?
  • Si percepiscono un design uniforme e l’omogeneità delle scelte grafiche?
  • E’ in linea con i trend più attuali?
  • Sono stati eliminati una buona volta div, box, header, banner e altre diavolerie con angoli arrotondati (questo volendo si può saltare, è la tipica fissa di chi ha sposato il flat design, anche se gli angoli arrotondati sono definitivamente morti con l’avvento di Windows 8 e complice della damnatio memoriae sarà l’arrivo a breve di IOS 7)?
  • Tiene conto delle scelte grafiche che consentono a siti ben più gettonati di aumentare numero e durata delle visite?
  • Non è che sono rimaste qua e là immagini raster con una sgradevole pixelation (immaginate il rendering su un display retina di certe scelte avventate, tipo sottovalutare l’upscaling dei formati lossy più comuni come gif o jpg)?
  • Le immagini utilizzate sono volgarmente rubate o sappiamo che possiamo disporne secondo una delle tante licenze Creative Commons?
  • E, soprattutto, abbiamo cancellato una buona volta tutte, ma proprio tutte, quelle terribili e obsolete clipart dalle nostre pagine?

Dato che negli ultimi anni la discussione sul marketing e la comunicazione delle biblioteche ha avuto un’impennata fortissima, non possiamo non tenere conto delle esigenze basilari dei nostri visitatori online. “Anche l’occhio vuole la sua parte” è una di queste.
Eppure nella mia indagine sui siti web delle biblioteche venete non ho trovato nulla di tutto questo. Per carità, non è che fuori del Veneto siano tutte rose e fiori.
Credo che manchi, di fondo, una sola cosa molto semplice: la percezione del problema. Non conosco un bibliotecario che sappia tenere una matita in mano e non che gli sia dovuto (come non gli sono dovute la dimestichezza con la tavoletta Wacom o la conoscenza di software per l’elaborazione di immagini vettoriali), ma è un dato di fatto che gli studi che lo hanno portato alla laurea quadriennale, magistrale, al dottorato o al master di specializzazione non lo hanno minimamente formato nel campo del visual marketing culturale, men che meno in quello per le biblioteche di pubblica lettura dove sappiamo bene che le competenze estreme nella “scienza” della catalogazione (portate spesso a mo’ di distintivo) non hanno certo la priorità.
Possibile che sulla popolata e, aggiungerei, particolarmente incline ai flame  lista di discussione Aib-Cur (dove, mea culpa, sono un lurker) non ci sia traccia di tutto questo?
A volte ho l’impressione, ma sbaglierò, che Aib-Cur abbia dimenticato quella micidiale boutade di Angela Vinay che nel 1989 ammoniva i bibliotecari dicendo loro che le esigenze catalografiche hanno preso il sopravvento sull’utenza.

Oh, issuu…

Altra cosa importante sono le brochure digitali che dobbiamo per forza scaricare dai siti web delle biblioteche se vogliamo accedere a determinate informazioni. Gli studi più accreditati sull’esperienza della navigazione hanno scoperto che gli internauti sono meno attratti dai classici pdf scaricabili che non da sistemi di lettura più integrati nella pagina web o anche sfogliabili in un’altra piattaforma online senza dover arrendersi al download. E’ un po’ come la scelta di incorporare il codice Vimeo o Youtube nella pagina invece di optare per un triste link ipertestuale. Esiste dunque Issuu. E’ gratuito: usiamolo. Tra l’altro ci offre anche maggiori possibilità di farci notare in rete. Prima di popolarlo con brochure raffazzonate senza tener conto dell’abc del digital publishing, font editing compreso, magari fermiamoci un momento e studiamo con i colleghi gli esempi più virtuosi. Ce ne sono, il bello di internet sta proprio nell’accesso a queste risorse, giusto?
Ho citato uno a caso degli innumerevoli servizi gratuiti che possiamo utilizzare per migliorare l’esperienza della navigazione. Per quanto riguarda le immagini gli esempi in questo senso non si contano. Se proprio non vogliamo installare nuovi software c’è, fra i tanti, l’ottimo Sumopaint. Il fatto è che per lavorare con la creazione di immagini (icone, sfondi, banner, header, footer e quant’altro) sarebbe il caso di avere una seppur vaga conoscenza di color palettes, color swatches e color schemes. In pratica il paese di cuccagna dei graphic designer… quando vengono chiamati in causa. Purtroppo le aziende alla quali molte biblioteche si affidano per la realizzazione del loro sito web sono molto spesso le stesse che gestiscono i servizi informatici comunali. Niente di male in questo, ma si dà il caso che la stragrande maggioranza di queste aziende hanno molti tecnici professionalmente qualificati nella gestione di reti, server e applicativi per la pubblica amministrazione (più redditizzi, chiaramente, come campi) e pochi, anzi quasi sempre nessuno, che abbia le competenze necessarie per definirsi un vero web designer.
Questo perche IT non fa sempre rima con Web design. La parola informatico, dietro alla quale per la gente comune (tra cui molto spesso i responsabili dei CED negli enti locali) si nasconde l’immagine eterea di una nerd-entità a cui affidarsi indistintamente per l’acquisto di un computer, un ereader, uno smartphone, un router o per la stampate che si è inceppata di nuovo (per non parlare dell’aiuto nello scaricamento illegale di musica e film) non significa nulla in sè. E’ come dire “avvocato”. Provate a ingaggiare un penalista per risolvere il problema condominiale dell’inquilino di sopra che prova con la moglie passi di tango a mezzanotte.
Se chiedessimo a molte società di gestione informatica in appalto presso gli enti locali di poter parlare con i loro designer, probabilmente avremo una risposta più o meno di questo tipo:

web designer? Graphic designer? No, non ne abbiamo mica, di solito facciamo quello che fanno coder, sistemisti e tutti gli sviluppatori in queste situazioni: scopiazziamo e lavoriamo di collage.

Ho provato a prelevare i campioni dei colori presenti sulle singole home page dei siti web considerati nella mia piccola ricerca. Ho cercato scientificamente di raggrupparli cercando di comporre uno schema, di trovare l’intenzione alla base di certe scelte. Il fatto è che non sono riuscito a ricostruire, se non in un paio di casi, alcuna combinazione valida. Vorrei precisare che ho preso in considerazione il più ampio ventaglio di possibilità codificate dal design moderno: mono, complementari, triadi, tetradi e via dicendo.
Non che questo ci debba impedire di dormire tranquilli, ma se vogliamo parlare di marketing, brand building, engagement e quant’altro non abbiamo scampo: non si può prescindere da un buon sito web di partenza.
Non si può ignorare che  la vista è il senso più sviluppato in assoluto negli esseri umani, tanto che il 90% delle valutazioni che vengono fatte prima di presentare un qualsiasi prodotto commerciale si basa sul colore.
Il blu di Facebook non è stato scelto solo perché Mark Zuckerberg, stando a quello che dice il New Yorker, soffre della più comune forma di daltonismo (l’incapacità di distinguere il rosso e il verde). Il blu suscita in noi una naturale sensazione di fiducia e di forza. Allo stesso modo in cui l’uso bilanciato del bianco e del grigio sono principalmente legati a sensazioni di calma e neutralità (la storia di Apple e Wikipedia vi dice nulla?).

The end…?

Arrogarsi il diritto di snobbare tutto questo è, a mio parere, tanto grave quanto l’evitare di fare l’analisi di comunità e iniziare a personalizzare i servizi offerti dalle biblioteche. Bisogna ricordare che il web, contrariamente a quanto si possa pensare, è innanzitutto sguardo e visione, solo in seconda battuta lettura.
Pensiamoci quando incapperemo (succederà, prima o poi) per caso in un vecchio poliziesco di serie B, magari della fine degli anni ’70 e magari girato in Germania. Pensiamoci quando, nel preciso istante in cui pigeremo il tasto del telecomando per fuggire e rinfrancarci con uno zapping compulsivo in grado di cancellare lo spettacolo appena intravisto, sbotteremo (o lo faremo sapere su Twitter) dicendo: ma è tutto marrone, che vecchio…

Detto questo, prometto che il prossimo articolo sarà finalmente dedicato ai Social Media. In che modo, da quale prospettiva e soprattutto quando, non lo so. Però potete sempre chiederlo a un informatico.

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