Teorie e pratiche dei social network per bibliotecari? No, ecosistema dei #socialmedia.

Questo articolo riprende il discorso su biblioteche e social media iniziato qui. In qualche modo devo a una frase de L’Anti-Edipo di Deleuze-Guattari la scintilla per tutte le riflessioni che seguono:

Parole di verità, tecnologia del potere, macchina desiderante. Ecco la triplice funzione delle formazioni discorsive

Non c’è alcuna relazione diretta con il contenuto dell’articolo, di ben altra natura, quindi non aspettatevi alcuna deriva filosofica o speculativa. Parlo di cambi di prospettiva e della necessità di ridiscutere la didattica dei social media. Parlo dell’inutilità di continuare a farlo nel mondo delle biblioteche in modo asettico e autoreferenziale, senza aprire le porte agli input esterni alla professione.
Comunque, per quanto possa sembrare assurdo, tutto questo lo devo davvero alla frase citata, grazie forse a qualche oscura analogia inconscia che ignoro. Giudicate voi, oramai quel che è fatto è fatto.

Intro

Stiamo entrando in un mondo nuovo, un ambiente completamente democratizzato, fatto di disseminazioni, divisioni, diversità e distribuzioni.

Lee Rainie (Pew Research Center’s Internet & American Life Project) agli studenti della Elon University, settembre 2013.

Social media is like a Darwinian hypercatalyst

Mark W. Schaefer

Qualche giorno fa Vickie Elmer (@WorkingKind) ha lanciato su Quartz una provocazione a proposito del futuro dei Social Media Manager, in un post intitolato “Social media manager: potrebbe essere il momento di cercare una nuova posizione professionale”.

Lo spunto per l’intervento di Vickie Elmer nasce dai dati sull’offerta di lavoro per profili specifici legati ai social media. Pare che nell’ultimo anno tale offerta sia cresciuta nel mercato americano solo del 50% (la metà rispetto all’anno precedente). Per contro, però, le professioni che richiedono capacità legate ai social media senza un titolo specifico sono cresciute del 89% (rilevazione Indeed, 2013).
In pratica, sta aumentando la domanda di candidati in possesso di buone competenze nei social media, indipendentemente dal ruolo che andranno a ricoprire nell’azienda.
Rob Fishman (BuzzFeed), più drasticamente, ha semplicemente decretato la fine del ruolo professionale del social media manager. Secondo Fishman, non ha più senso concentrare l’autorità in un singolo ruolo. Questo non significa ovviamente che il lavoro del social media editor sia in declino (vedi qui). Sta semplicemente cambiando lo scenario, come sempre molto rapidamente.

In questa prospettiva, mi chiedo quali conseguenze potrebbero esserci per il sistema italiano delle pubbliche amministrazioni e delle biblioteche, contando il fatto che in ben pochi casi si è passati per la fase “social media manager”, ruolo quasi sempre delegato a un ufficio stampa esterno (o al sindaco, all’assessore o all’impiegato dell’U.R.P., nel caso – fallimentare – di molti piccoli comuni).
Per quanto riguarda le biblioteche la risposta in parte la conoscete già. Conseguenze del declino del ruolo del social media manager non ce ne saranno, essendo mancato fino a oggi , oltre al manager, un vero e proprio sforzo strategico e comunicativo finalizzato all’acquisizione del più ampio sostegno e patrocinio da parte della cittadinanza.

Quello che potrebbe esserci, forse, o comunque quello che potremmo auspicare, è l’adeguamento alla cultura che di qui a breve si imporrà prepotentemente e in maniera rizomatica nelle aziende, in particolare nello small business: la diffusa competenza nei social media, a qualsiasi livello gerarchico.

Immaginiamo cosa accadrebbe se non ci fosse più una singola persona, o una piccola struttura redazionale, a gestire la comunicazione della biblioteca nel social web, ma l’intero staff in grado di contribuire aumentando considerevolmente la portata del marchio “biblioteca”. Evangelist al reference, negli spazi per ragazzi, in catalogazione, negli uffici amministrativi e negli avamposti delle associazioni attive sul territorio. Dal singolo social media manager ai molti social media expert.

Sì, ma come fare? Cambiando radicalmente la prospettiva.

Per via di varie esperienze personali e lavori in corso, sto iniziando a convincermi che il primo passo, con i bibliotecari (categoria più di altre refrattaria agli effetti dei grandi sconvolgimenti sociali e massmediatici) in realtà, non è ancora compiuto. Il primo, vero passo, è trasmettere l’entusiasmo e indirizzarlo verso il desiderio di acquisire competenze. Senza le competenze basilari della cultura della rete e dei paradigmi essenziali del social web, non andiamo da nessuna parte. Ma senza un po’ di sano entusiasmo e una buona dose di pensiero laterale, anche con le basi rimarremo al punto di partenza.
La risposta (quella che sento più spesso) è sempre la stessa: mancano tempo e corsi di aggiornamento. Non è vero. Non manca il tempo: mancano l’entusiasmo e la curiosità. Inoltre non esiste corso di aggiornamento in grado di offrire, in una sola giornata, soluzioni built-in già pronte per essere sperimentate con efficacia. Per questo ritengo che, oggi come oggi, continuare a parlare di “Teorie e pratiche dei social network per bibliotecari” con l’asettico approccio alla cultura del web sociale usato finora è uno sforzo che al massimo potrà produrre uno o due social geek in più. E, comunque, prima di creare un social geek, mi verrebbe da dire, bisogna creare un geek.

La Rete bibliotecaria di Romagna e San Marino, mentre scrivo, conta 1.166 likes sulla sua pagina Facebook. La biblioteca San Giorgio di Pistoia 1.426, la biblioteca comunale di Montebelluna 1.312. La biblioteca di Jesolo, tanto per tornare nella provincia di Venezia, 270 likes (contro i quasi 10.000 della pagina Facebook del comune). Troppo poco.
Salaborsa svetta con 7.889 likes, ma se mettiamo in relazione questo valore ai circa 400.000 abitanti di Bologna, al confronto dei quasi 6.000 likes della Lawrence Public Library (Kansas) con il suo bacino di utenza teorica di appena 89.000 abitanti, ecco che le percentuali di impatto sono decisamente diverse.

E’ una boutade ovviamente, non pretendo certo di analizzare i dati da un punto di partenza così semplicistico. Conosciamo le differenze sociali ed economiche tra le regioni italiane (come conosciamo le stesse tra Italia e paesi anglosassoni), sappiamo perfettamente il vantaggio che comporta l’avere un’università a portata di mano, sappiamo anche i tassi di diffusione della tecnologia e dell’alfabetizzazione digitale e delle forti disparità tra una regione e l’altra.

Non si può negare comunque che, anche con tutte le riserve, le “teorie e pratiche dei social network per bibliotecari” non hanno riscosso ad oggi un grande entusiasmo professionale. Passi per le basi del web sociale e i fondamenti della cultura partecipativa, non se ne parlerà mai abbastanza. Ma non ho assistito a una vera e propria viralità, non qualcosa che si possa davvero definire tale. Non un significativo balzo in avanti, in ogni caso, sui contenuti, sul design complessivo e sull’influenza dei profili delle biblioteche in rete. I punteggi di Klout sono lì, a disposizione di tutti, basta scorrerli per farsi un’idea chiara della situazione.

L’impatto di questo tipo di didattica sui bibliotecari sarà anche servito, ma forse non è stato del tutto persuasivo. Non intendo cestinarlo, quanto ridiscuterlo. Non si può che fare tesoro delle esperienze passate se vogliamo ripartire dalle basi.

Ripartiamo dalle basi, quindi, ma da un punto di vista diverso.

L’ecosistema dei social media, l’architettura dell’informazione, la biblioteca come interfaccia, gli algoritmi sociali, gli strumenti di gestione ma anche e soprattutto la reportistica, l’influenza (clout e, soprattutto, Klout) e l’autorità sociale nella rete, la segmentazione, il marketing relazionale e la comunicazione visuale. Iniziamo a individuare in tutto questo i presupposti per il successo delle biblioteche nel web sociale. E, soprattutto, iniziamo a prendere in considerazione il contenuto emozionale. I social network, al pari dei virtual game world, sono legati principalmente all’emozione (e, si potrebbe aggiungere, all’espressione dell’identità personale attraverso gli impulsi emotivi).
Nessuno, che mi risulti, ha mai negato che informazione e conoscenza possano essere veicolate dall’emozione.

Parlando di autorità sociale in rete, per conquistare peso, influenza e il patrocinio della comunità, esiste una strada, un algoritmo codificato dal web sociale al quale non ci si può sottrarre:

Awareness (riconoscibilità del marchio) – Engagement (coinvolgimento) – Consideration (nel senso di stima) – Loyalty (fedeltà) – Advocacy (sostegno)

Questa è la premessa per qualsiasi espressione del marketing relazionale e non (anche delle biblioteche e degli istituti culturali, non meno delle pubbliche amministrazioni). Vogliamo forse negare che le biblioteche hanno bisogno di stima, sostegno e patrocinio più che mai, oggi come oggi? Come ogni algoritmo che si rispetti, questa successione finita di istruzioni non definisce altro che le operazioni che biblioteche e cittadini potrebbero, nel migliore dei mondi possibili, eseguire su dei dati. E i dati sono prodotti innanzitutto nell’ecosistema dei social media.

Ecosistema dei social media

Non esiste ambiente (umano o naturale) su questo pianeta, che non debba il proprio equilibrio a un dato sistema interno ben collaudato. Abbiamo elaborato sistemi per alzarci la mattina e andare al lavoro, sistemi per la gestione del tempo libero e della vita privata, per l’analisi di dati, per l’apprendimento, addirittura per le relazioni sentimentali.
I social media, ugualmente, richiedono un sistema. Più precisamente: un’ecosistema, alla base del quale si colloca il contenuto.
Il problema nasce quando dobbiamo razionalizzare e mettere in pratica quello che si potrebbe definire l’algoritmo della presenza online.

Perché poi parlare di un ecosistema dei social media? Cosa possono ricavarne le biblioteche? L’idea di un ecosistema dei social media ci aiuta a guardare al social web da una prospettiva più ampia. Gli interventi professionali e accreditati sono ancora pochi, ma dalla piega che sta prendendo il Web 3.0 (cioè lo scenario della capillarizzazione del social-software, perché questo è il web 3.0, con buona pace dei sognatori che continuano a ignorare gli ammonimenti di Reid Hoffman o dei venture capitalist della Silicon Valley) immagino che di qui a un anno non si parlerà d’altro. I segnali ci sono, staremo a vedere.

Per tornare alle biblioteche, è tempo di ripensare l’archetipo, come direbbe il designer Karim Rashid. Non si tratta più di imparare a gestire una o due piattaforme come Facebook o Twitter. Abbiamo bisogno di strategie a lungo termine, di pianificazione, di nuove e diverse narrazioni, di uno sforzo maggiore verso la cultura dell’ascolto (social listening e social measurement) e di strumenti di valutazione dei feedback aggiornati. E di dati, abbiamo bisogno di dati, ora più che mai.
Ma quale diagramma, quale paradigma adottare?

Non è facile orientarsi nella giungla delle definizioni o delle mappe concettuali. Si potrebbe dire che ancor prima delle piattaforme e dei canali di distribuzione delle informazioni, prima di tutto l’ecosistema comprende gli utenti.
Consiglio di leggere attentamente il rapporto dei Jordan, Edmiston Group (JEGI) e Interactive Advertising Bureau (IAB) pubblicato nell’ottobre del 2012 con il titolo The Social Media Ecosystem Report. Rise of Users, Intelligence and Operating Systems (#SMEecosystem).
La prima preoccupazione dei relatori è stata definire la natura degli utenti del social web:

  • Influencers (Autorità)
  • Advocates (Sostenitori)
  • Socializers (Utenti attivi con una propria comunità di followers)
  • Observers (i più silenziosi. Gli Osservatori consumano le informazioni ma non partecipano attivamente allo scambio e alla produzione dei contenuti. Si tratta in realtà del pubblico maggiore della rete, un pubblico principalmente influenzato dai social media advocates (Sostenitori).

Se mi chiedessero in pochissime righe di spiegare cosa fanno questi utenti in rete, mi riaggancerei per comodità alle definizioni di “social media” e “contenuti generati da utenti” proposte da Andreas M. Kaplan e Michael Haenlein nell’intervento del 2010 apparso su Business Horizons, con il titolo Users of the world, unite! The challenges and opportunities of Social Media:

Dove il Web 2.0 rappresenta la base ideologica e tecnologica, gli User Generated Content (UGC) possono essere intesi come l’insieme dei modi attraverso i quali la gente fa uso dei social media.[…] Stando all’ Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD, 2007), UGC devono soddisfare tre requisiti base per essere considerati tali.

Primo: devono essere pubblicati o su un sito web pubblico o su un social network per un gruppo selezionato di persone.

Secondo: devono mostrare una certa quantità di sforzo creativo

Terzo: devono essere creati fuori dalla routine e dalle pratiche professionali

Non è forse quello che fanno che fanno gli utenti di internet, anche a tre anni di distanza dalle parole di Kaplan e Haenlein?

Di strutture e framework…

La struttura dell’ecosistema dei social media riflette l’architettura degli stessi ecosistemi sociali. Tra i sei tipi di sistemi sociali proposti da Jordan Julien (@thejordanrules – freelance experience strategist che ha collaborato con brand di notevole importanza), le biblioteche dovrebbero avere ben chiaro che il sistema nel quale entrano, nel social web, è principalmente quello del Network. Non partnership, né gruppo, né team, né party, né classe sociale. La possibilità (suggerita dallo stesso Julien) di creare un sistema piuttosto che un altro, in relazione a un contesto specifico, è interessante e forse strategicamemte più completa, per ora però lasciamola lì o rischiamo di prendere il largo e perderci, anche perché al momento le biblioteche non hanno ancora, nella media, un punteggio di Klout sufficiente per permettersi questo lusso (ma prima o poi bisognerà parlarne, se vogliamo andare oltre le famigerate “teorie e pratiche dei social network per bibliotecari”).

Network è un concetto sedimentato, per cui darò per scontate molte cose che spero siano oramai ovvie. Dobbiamo avere ben chiaro però che:

  • Nel sistema sociale “network”, tutti i membri sono uguali
  • Non c’è alcun obbligo per i membri di un network di essere attivi nella partecipazione. Tuttavia, più un membro contribuisce, maggiori saranno le connessioni stabilite.

Connessioni stabilite. Sembra scontato, eppure nonostante tutto fatica a cadere l’idea di una comunicazione di tipo broadcasting. L’asimmetria tra il broadcaster e il pubblico, propria della struttura delle tecnologie pre-digitali, è cambiata radicalmente, facciamocene una ragione. Forse ai tentativi di educare alla cultura della partecipazione non è seguita l’advocacy della cultura della conversazione, nel mondo delle biblioteche. E, magari, forse nessuno ci ha spiegato che dobbiamo guardare ai social media dal punto di vista del design complessivo. Mi spiego meglio. Tra i principi basilari dell’interaction design ce n’è uno in particolare, che volendo potremmo prendere a prestito nelle strategie di marketing del marchio biblioteca: l’anticipazione. Come le applicazioni ben disegnate dovrebbero sforzarsi di anticipare le aspettative dell’utente, così la presenza forte della biblioteca in rete (network sociale) dovrebbe essere in grado di precedere i bisogni della propria comunità di riferimento.

Sempre a proposito di design, prendo a prestito il framework proposto da Chris Brogan, oramai 4 anni fa. Nessuno, a quanto mi risulta, ne ha mai parlato finora nel contesto delle biblioteche.

Brogan divide i social network in 3 differenti categorie:

Passport: le passport communities sono le comunità più periferiche, lontane, nell’ecosistema sociale. Sebbene possano risultare rilevanti per un’azienda o per un singolo, le passport communities si trovano là dove si spende il minor tempo online, per il tipo di contenuti condivisi, per un problema di tempo a disposizione o per la difficoltà di elaborare una strategia. Le passport communities delle biblioteche potrebbero essere Pinterest, FourSquare, Quag, Yelp, Flickr e Youtube, cioè isole dove le biblioteche, se anche vi hanno messo piede, sono più una presenza intermittente che non un interlocutore attivo e coinvolgente. Potremmo definire queste comunità repository per informazioni saltuarie, eventi e notizie.

Outpost: gli “avamposti” sono le piattaforme più usate tra i diversi social media. Facile che si tratti, nel nostro caso, dei social network più popolari come Facebook e Twitter. I contenuti condivisi qui avranno in generale una vita più lunga, viaggeranno più lontano e saranno portatori di maggiore valore, principalmente perché il numero di utenti attivi in grado di recepire il messaggio è spropositatamente più alto di quello delle passport communities.

Home base: i network home base sono quelli costruiti all’interno del brand: sito web e blog (o uno dei due, ma anche l’insieme delle due cose in un’unica piattaforma, volendo). Nell’immagine circolare tipica di un ecosistema, il sito web/blog è una sorta di destinazione finale e punto di partenza allo stesso tempo dove si cerca di accompagnare il proprio pubblico. Lo scopo è di usare questa destinazione come trampolino di lancio per la produzione di successive conversazioni.

Nell’ottica di un ecosistema non è più possibile pensare ai diversi network come elementi a sé stanti. Il sistema deve essere integrato, pensato come tale e realizzato come tale. Un tweet non deve farmi rimpiangere un post su Facebook perché mi offre meno possibilità di coinvolgimento o una qualità inferiore dell’informazione (o perché mi accorgo che la comunicazione è impersonale e magari lo stream è un bot di messaggi automatici). Se i consumatori pretendono oggi di essere partecipi attivamente nei media per sentirsi più considerati nelle scelte delle aziende, perché non dovrebbero pretenderlo gli utenti di una biblioteca e i cittadini più in generale?

E, ancora, se vogliamo parlare di partecipazione e cultura digitale, non sarà ora, una buona volta, di fare i conti con l’importanza del device mix, cioè l’attenzione alla scalabilità del nostro contenuto sui diversi dispositivi digitali (smartphone, tablet e pc)?
Se la biblioteca posta su Facebook la copertina di un libro consigliandone la lettura (e cercando di guadagnare likes), nel momento in cui clicco sul link al catalogo sul display del mio smartphone, pretendo dal catalogo la stessa attenzione che il social network di Zuckerberg dedica al mobile. Invece, faccio l’esempio dell’Opac Sebina, finisco su una pagina che non è per nulla finger-friendly e la cui leggibilità su smartphone sarebbe preclusa anche a un cecchino professionista con dodici diottrie su dieci.

Ecosistema, design e architettura dell’informazione

Le tre parole chiave sono: contenuto, conversazione e autorità sociale.

Tutto inizia con il contenuto. Prima di creare una pagina Facebook o un account Twitter (gli avamposti, outpost) è necessario strutturare il proprio contenuto per capire come esprimere al meglio le potenzialità dell’home base (sito web/blog). Chiunque può catapultarsi nei social media ed essere operativo in pochi click, dopotutto viviamo nell’era dell’influenza dei cittadini, quindi con quale diritto potremmo dare per scontato che il contenuto offerto da una biblioteca è più autorevole e meritevole di default, rispetto a quello di qualsiasi altro blogger?

Per citare Mark Schaefer (ROI. Return of Influence, McGraw Hill, 2012):

il contenuto è talmente importante e pervasivo nel social web, che è in grado di creare influenza anche in assenza di esperienza o di una vera e propria autorità.

Il contenuto è la linfa dell’ecosistema dei social media. Il contenuto produce coinvolgimento, che, a sua volta, è in grado di produrre altro contenuto creando una sorta di circolo virtuoso. Ed è proprio al centro di questo circolo che si trova quello che gli esperti di marketing chiamano in gergo sweet stuff: opportunità, ritorno in termini di influenza e connessioni.

E dato che ogni ecosistema provvede al proprio miglioramento lasciando filtrare elementi di altri sistemi esterni, la strategia a lungo termine dovrà prevedere un equilibrio tra contenuto interno e contenuto esterno.

Contenuto interno

Senza una casa base (home base) la presenza online di una biblioteca è imperfetta. Dove ospiterete video, blog post, infografiche e le conversazioni che nasceranno da questi contenuti, se non sul sito web (dove, a proposito, sarebbe ora di sbloccare i commenti, una buona volta)?

Ugualmente, la pianificazione del contenuto online creato dalla biblioteca deve tener conto che senza un calendario ben strutturato si va poco lontano (e senza una conoscenza approfondita del social timing, argomento che meriterebbe un lungo approfondimento). Un calendario per il contenuto interno aiuta anche a mantenere stabile la strategia per i social media, ma soprattutto suggerisce un comportamento abituale più facile da seguire, da parte degli utenti.

Contenuto esterno

Sharing. Condivisione. Senza la condivisione di contenuto esterno il nostro lavoro sui social media risulterebbe egocentrico e autoreferenziale. L’importante è avere ben presente il proprio pubblico (audience): il contenuto esterno condiviso deve valere anche per chi ci segue, non soltanto per noi. Studiamo e segmentiamo i likers con Followerwonk e confrontiamo la nostra pagina Facebook con altre affini, grazie a All Facebook. Usiamo i social tools, usiamone tanti (Hootsuite e altri offrono un’ampia gamma di soluzioni per la reportistica), senza farci mancare l’analisi del source traffic di Google Analytics e le possibilità messe a disposizione gratuitamente da Wolphram Alpha (lo sapevate?).
Avremo un quadro molto più chiaro di chi è il nostro pubblico e a quali contenuti è più interessato.

Influenza

Il circolo virtuoso Contenuto-Coinvolgimento produce influenza. Il coinvolgimento è il trampolino per l’influenza. Pensiamo all’entertainment value (valore dell’intrattenimento), un termine poco usato nel business, ma che si potrebbe spiegare in questo modo: siete più propensi a cliccare sul titolo di un articolo del tipo “Bibliografie per giovani adulti” oppure su “Come scaricare gratis tutti gli ebook di cui hai bisogno?”

L’influenza sarà poi costantemente soggetta al giudizio del pubblico. Non sarebbe male iniziare a ragionare sui sistemi di omogeneizzazione del marchio, per mantenerla. Guardate la pagina Facebook della Barilla. Poi guardate quella della vostra biblioteca. Il blu della Barilla si trova sia sulla confezione della pasta che su quasi ogni singolo post su Facebook. La vostra pagina Facebook rivela l’assenza di un design cromatico e suggerisce (credeteci, è vero) istintivamente allo spettatore il profilo di un semplice utente privato. Si chiama visual marketing e non se n’è mai parlato seriamente dalle nostre parti, non in questi termini almeno. Non ho ancora avuto modo di scambiare (con bibliotecari, intendo, perché con designers ne ho avuto eccome) qualche riflessione sull’importanza di lasciare spazio ai colori (e quindi alle emozioni) invece che alle ridondanti strutture e sovrastrutture informative che popolano i post di Facebook.

Nel social media marketing c’è un’espressione particolare: cracking the code. In generale vuol dire che lo sforzo per costruire una macchina efficace per il marketing (della biblioteca, nel nostro caso) deve tenere conto della strategia prima che della tattica.
La strategia (calendarizzazione dei post, rubriche settimanali, sondaggi sui social network), delinea un percorso; la tattica (essere i primi a commentare un post rilevante di un influencer, aggregarsi ad un hashtag in forte crescita, essere i primi a rispondere su un social answer ad una domanda che ci può riguardare) interviene nelle specifiche situazioni per mantenere una forte presenza online e corroborare l’influenza stessa. Quando rispondo su Quag, per conto della biblioteca, noto che alcuni utenti hanno un punteggio di feedback (e badge immagino, Quag è un esempio eccezionale di gamifying da studiare con attenzione) quasi esagerato, che non corrisponde alla qualità delle risposte offerte. Ma, guarda caso, questi utenti fanno un largo uso dei meme nelle risposte, facendo leva sull’emozione di chi poi andrà a preferire quella risposta ad altre più pertinenti.

Questo per dire, in conclusione, che possiamo essere depositari della più grande autorità informativa, fautori delle più sincere istanze collaborative e partecipative, ma se poi non sappiamo come organizzare l’architettura di queste informazioni efficacemente, se continuiamo a snobbare il design e di conseguenza non catturiamo l’attenzione degli ascoltatori, alla fine, credo, continueremo a parlare al vento.
Che è una bella immagine, ammetto, ma lasciamola a Tony Sandoval, valà, che quanto a immagini ne sa ben più di noi.

Grazie di aver pazientato per l’ennesima volta. I commenti sono lì, a portata di clic. Si accettano meme.

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Teorie e pratiche dei social network per bibliotecari? No, ecosistema dei #socialmedia.

2 pensieri su “Teorie e pratiche dei social network per bibliotecari? No, ecosistema dei #socialmedia.

  1. Ammetto che leggere questo e altri articoli simili è per me sempre più una piccola impresa, a causa della mia crescente ignoranza e del progressivo innalzamento della mia soglia di attenzione (leggasi: età anagrafica). Detto questo, credo che nel tuo pur brillante e informato saggio finisca per perdersi la questione centrale: la decisione di dar vita a una strategia di condivisione e di influenza digitale (o come diavolo si possa chiamare ‘sta roba). Questa decisione non è sicuramente nelle mani dei bibliotecari in quanto dipendenti di un’amministrazione, ma di chi ha da prendere le decisioni incominciando a renderle commestibili ai primi.
    Perché in Italia ciò stenta ad accadere? Perché anche grandi aziende come Poste o ASL (che sono i due ambiti lavorativi che conosco meglio) stentano a “sporcarsi le mani” in quest’avventura? Forse perché si è inconsciamente capito che la condivisione e le pratiche di influenza digitale altro non sono che una grande maschera dell’autoreferenzialità? Quindi, sia detto provocatoriamente, perché perderci tanto tempo?
    So che è un commento in cui si rischia di perdere tempo, ma almeno dimostro di aver letto tutto l’articolo!
    Un caro saluto e continua sulla tua strada.

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  2. Innanzitutto grazie per aver letto tutto. E’ indubbiamente un bel muro di testo. Secondo, adoro essere contraddetto (questa potevo ometterla, ma ci tengo a sottolineare che per me è l’unico modo per dare senso a una discussione che possa approdare a una forma ben più completa della sua premessa).
    Quindi, grazie due volte.
    Le tue perplessità sono, per così dire, epocali, legate a un discorso molto più vasto che parte dalla cultura analogica (Negroponte direbbe: dalla cultura degli atomi) e riguarda dubbi (leciti) sull’avvenire “always on” che ci aspetta, quel “sempre connessi” (la cultura dei bit) che fa dire ad Andrew Keen che in realtà stiamo costruendo una prigione di vetro nella quale esibiremo la nostra stessa esibizione (sì, autoreferenzialità) . Mi fermo al “perché perderci tanto tempo”, che è forse la domanda più vicina alla realtà delle biblioteche.
    Se istituti come le biblioteche vogliono sopravvivere, e magari sognare un futuro in cui poter dare qualcosa di più oltre ai libri in prestito (anche digitali), è necessario che abbiano più voce in capitolo all’interno della comunità di riferimento. Per farlo, dovranno farsi conoscere di più, tutto qui. L’era dello stato assistenzialista è finita, e i tagli iniziano guardacaso nel capitolo cultura.
    Guadagnare visibilità, online e offline, è un buon modo per far capire che esistono professionisti ed esperti (pubblici, nel senso di non mossi da secondi fini commerciali) che lavorano per garantire un costante accesso alle informazioni, nella consapevolezza che quanto più una comunità accresce il proprio bagaglio di conoscenze e capacità critiche tanto più ne guadagna il benessere e il relativo capitale sociale dell’insieme dei suoi membri.
    Dovendo fare i conti con la rete, volenti o nolenti, sappiamo che lì fuori c’è una giungla e che i cinque minuti spesi da un internauta per leggere, cliccare “mi piace” e magari commentare un post su facebook della Barilla, sono cinque minuti sottratti alla possibilità di leggere un approfondimento su un libro (con la possibilità di rimanerne incuriosito e recuperarlo), modificare una voce di Wikipedia accrescendone pertinenza e valore, scoprire che a cento metri da casa sua si sta svolgendo un evento (una conferenza, una lettura pubblica, un torneo di scacchi, un corso di lingua straniera o un gruppo di persone che potrebbe insegnargli a installare un sistema operativo nel computer) e così via. Non a caso Howard Rheingold parla di “crap detection” e dell’importanza di una buona educazione alla cultura collaborativa della rete e all’esercizio dell’attenzione, soprattutto, per non cadere nella schiavitù di chi è destinato a subire i nuovi media e ad essere sopraffatto dal sovraccarico informativo (la televisione ci insegna qualcosa, in merito). Le scuole non se ne occupano, chi lo farà?
    Le strategie di marketing per le biblioteche sono solo il primo passo: servono a illuminarne l’esistenza e a catturare l’attenzione (senza il supprto compatto della comunità, ci illudiamo davvero che un domani gli amministratori non inizino dalle biblioteche a falciare definitivamente i “generatori di debito” in nome della stabilità?). Poi viene la partecipazione, l’alfabetizzazione (acquisire capacità nella ricerca, conoscere gli strumenti per raggiungere le risorse culturali…), l’offerta e la promozione di un patrimonio gratuito e accessibile. Se l’autorità online e la comunicazione del “marchio” possono sembrare autoreferenziali, credo che il fine per il quale vengono usate non lo sia affatto. Internet è il qui ed ora della nostra quotidianità (e l’immediato futuro delle generazioni più giovani), immagino che a meno di esaurire l’energia elettrica sarà il caso di promuovere quei luoghi (fisici e virtuali) in grado di insegnare a viverci in modo critico e più consapevole. Non ultime, le biblioteche.

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