Gaming the system. Due parole sul convegno di #VenetoLettura

A oramai due settimane di distanza dal convegno “Nuove biblioteche per nuovi lettori“, organizzato a Treviso da Veneto Lettura, potrebbe essere tardi, oramai, per spendere due parole su quello che tutto sommato è stato un caso più unico che raro, in questa regione, di incontro e confronto al di fuori dei normali corsi di aggiornamento (un’unica pecca: purtroppo la mancanza di un’adeguata copertura wifi in sala e un misterioso campo di forza anti 3G non hanno aiutato ad amplificare #venetolettura su Twitter, come alcuni di noi avrebbero voluto. Pazienza, niente storify per questa volta).

Il fatto è che, tra le ben poche cose prodotte in rete in seguito a quella giornata, la scorsa settimana ho letto l’articolo sul convegno pubblicato su Memoria Digitale (@memoriadigitale).

Articolo che, anticipo subito, ho apprezzato molto pur non condividendolo. Più leggevo quel post e più mi rendevo conto che le perplessità e le critiche lì espresse mi apparivano talmente chiare e coerenti, da farmi pensare che forse anche altri colleghi presenti quel giorno nell’auditorium della Fondazione Benetton avrebbero potuto ritrovarcisi.

Grazie a quell’articolo ho potuto riflettere e chiarirmi le idee. E comunque era ora, direi, che qualcuno si facesse avanti e lanciasse il sasso lasciando ben in vista il braccio.

Poi al summit di Architecta (Digitale è reale, sabato 16 novembre, Bologna) ho trovato una insperata via d’uscita dall’impasse della replica all’articolo di Memoria Digitale che non mi usciva per niente.
Mi ci sono voluti gli interventi di Eric Scherer e Sergio Maistrello, per trovare le parole. E un po’ di David Lankes, ma quello è stato dopo e in ogni caso non fa mai male rinfrescare un po’ la memoria, di tanto in tanto.

Con “Le Biblioteche nell’ecosistema dei social media: oltre le impostazioni di fabbrica” ho cercato, per quanto possibile e tentando una difficile semplificazione di molti aspetti del discorso che nella realtà semplici non sono affatto, di far passare il messaggio che qui non si tratta più di avere o meno una pagina Facebook, un account Twitter o un canale YouTube (che comunque presuppongono un utilizzo serio e competente, non certo il classico bot di segnalazione di eventi o l’immancabile silenzio nelle ore più calde del social timing, magari proprio dall’una alle tre del pomeriggio).
Qui, dicevo, si sta parlando dell’urgenza di cambiare rotta e adeguarsi ai processi alla base dell’intelligenza collaborativa del web. E qui mi sembra di cogliere una delle prime perplessità di Memoria Digitale. Insomma nel nuovo contesto della cultura partecipativa, della fluidità degli scambi informativi, della conversazione e delle nuove narrazioni transmediali, che valore potranno mai avere competenze e expertise tanto care ai bibliotecari?

Come giustificare il futuro ruolo dei bibliotecari in una realtà costantemente riprogrammata (anche se all’apparenza) da una produzione massiva di contenuti generati da utenti?

Temo (anzi ne sono convinto) che se si continua a parlare del futuro (sempre e solo “il futuro”) non saremo mai in grado di elaborare risposte valide.
Sergio Calderale, nel suo splendido intervento dal titolo “Dove va il libro?“, ironizzava sul fatto che non è possibile immaginare un futuro per la lettura se non chiedendo aiuto alla fantascienza. Con un po’ meno ironia, spendeva poi due parole sul Cepell, sull’indagine commissionata all’Istat per capire lo stato della lettura in Italia e sul perfetto immobilismo istituzionale che caratterizza la visione, appunto, del futuro in questo paese.
Chi c’era, sa di cosa parlo.

Tornando da Bologna, sabato sera, rileggevo ancora una volta il post di Memoria Digitale e ho cominciato a pensare che l’errore di fondo, in definitiva, è il non voler affrontare il presente. Altro che futuro.

Digitale è reale significa che la totalità dei cambiamenti che i bibliotecari continuano a proiettare in un domani non ben definito, è semplicemente qui e ora. Guardiamola da questa prospettiva: viviamo in un mondo in cui è avvenuto l’esatto contrario di quello che profetizzava la cybercultura di William Gibson.
Il tanto poetizzato cyberworld, teorizzato come futura proiezione e inscatolamento del mondo reale dentro i computer, si è concretizzato nel suo esatto opposto. Abbiamo (già) portato il mondo dei computer nel mondo reale. Smartphone e l’impero della tecnologia mobile, geolocalizzazione, realtà aumentata, Google-glass, smartwatch, l’internet delle cose con i suoi miliardi di dispositivi interconnessi, algoritmi votati al mash-up digitale e all’estrazione di dati da ogni possibile processo di life hacking.

Insomma, per farla breve, diciamolo visto che tanto non si parla d’altro: hanno ancora senso le biblioteche e i bibliotecari nel mondo delle macchine sociali (e senzienti)  e della più totale disintermediazione, nel mondo della frammentazione e della produzione di contenuti dal basso?

Facilitatori e curatori?

The Mission of Librarians is to Improve Society through Facilitating Knowledge Creation in their Communities.

David LankesDon’t Save Libraries, Save the World Instead – 2013 DLF Forum – Austin, Texas, Novembre 4-6

Cito dall’articolo di Memoria Digitale:

Trovo però eccessivamente fumosa la prospettiva, che discende a cascata dalla decisione di sganciarsi dal moribondo libro di carta, di diventare tutti “mediatori d’informazione” e questo innanzi tutto perché è il concetto stesso di informazione ad essere estremamente vago. Cosa intendiamo con esso? Se adottiamo l’approccio di Luciano Floridi e della sua infosfera, tutto ciò che ci circonda è fonte di informazione, pure un sasso (non sto scherzando, leggere per credere)!

Quando si parla di società dell’informazione e di economia dell’informazione, se ne parla oggi per forza di cose in un contesto di dilagante frammentazione (disruption).
Però, ora che la massa di contenuti del web ha raggiunto un livello critico è possibile interpretare il mondo dell’informazione e dell’accesso alla conoscenza come mai avremmo potuto fare anche solo dieci anni fa.

Questo vale anche per le biblioteche e i bibliotecari, che si trovano loro malgrado calati nelle nuove città già riprogammatesi in complesse reti sociali, fisiche e digitali. Città in cui la rete è di fatto il sistema operativo preposto alla circolazione di informazioni.

Ma di quali informazioni stiamo realmente parlando?
Nello “specifico bibliotecario”, mi vengono in mente:

  • Informazioni bibliografiche
  • Informazioni sulla comunità locale: relazioni con associazioni, facilitazione dei processi interattivi con le risorse disponibili, promozione delle attività.
  • Informazioni sugli UGC della comunità locale: dai social network alle webzine, dalla produzione di contenuti da parte di collettivi culturali ai network tematici.
  • Informazioni sulla tecnologia utile alla facilitazione dell’accesso alle conoscenze e alle risorse. Web literacy e media literacy (quanto è facile aiutare un utente nel download di un video da You tube, installando al volo Video Help Downloader di Mozilla e insegnandogli a farlo lui stesso? E allora perché non scriverlo nel blog della biblioteca o in una sezione dedicata alla tecnologia nelle Faq?)
  • Informazioni sulle narrazioni locali: la massa critica digitale non è meno interessante anche in un contesto iperlocale. Four Square, Pleens, Instagram e esempi di geoblogging come Percorsi Emotivi veicolano continue narrazioni che potrebbe essere utile raccontare (e organizzare? Chissà…), per le biblioteche.

E così via. L’unica cosa diversa, rispetto all’era pre-digitale, è che nel loro insieme tutte queste informazioni sono sia flusso che contesto. E il contesto è fondamentale per capire come e dove collocarsi nella realtà contemporanea.

Se al convegno di Veneto Lettura fosse intervenuto un giornalista, avrebbe detto che quello sta accadendo nel mondo delle biblioteche, accade già da tempo nel mondo del giornalismo e nella cultura dei media più in generale.

Se, per dirla con Sergio Maistrello , i giornalisti non hanno più la delega esclusiva ad informare (ed è vero), vuol dire che il giornalismo è inutile?

Se, per dirla con Eric Scherer, “la frammentazione dell’offerta e la concorrenza diffusa obbligano i media a ridiscutere e ridefinire le loro strategie di diffusione”, vuol dire che Amazon e Apple sono le uniche possibilità? E allora Netflix dove la mettiamo? E chi la conosceva nel 2008 quando muoveva i primi passi nello streaming?

O non sarà forse che, ora più che mai, si chiede anche ai bibliotecari lo sforzo per ridefinire la professione stessa?

Se la cultura del libro (fisico e digitale, dato che è abbastanza chiaro che l’editoria digitale non risolverà il problema della non lettura) così come la conoscevamo è in declino, non direi che in passato le biblioteche hanno avuto un impatto proprio decisivo in questo ambito.
Ora, se nell’era del sovraccarico informativo non si dà peso a questo famigerato expertise dei professionisti dell’informazione come i bibliotecari, è probabile che tra dieci o vent’anni ci ritroveremo tutti di nuovo a Treviso a tremare di fronte a possibili scenari futuri.

It’s not information overload. It’s filter failure.

Per dirla con Clay Shirky.

Contrariamente a Memoria Digitale, io credo che la produzione dei contenuti dal basso sia una risorsa da capitalizzare nella nostra professione. Credo che la figura del bibliotecario come “curatore” e “facilitatore” sia indispensabile in un contesto di estrema disgregazione dei contenuti. Lo è, principalmente, in quanto avamposto di servizio pubblico nella propria comunità di riferimento. Il bibliotecario è open access e CC BY 3.0 di default.

Insegnare ai cittadini a creare il proprio flipboard personale, quel corredo di strumenti per un facile accesso alle informazioni, potrebbe essere parte integrante di quell’information literacy, per esempio, che nelle biblioteche pubbliche non si è mai presa seriamente in considerazione. E questa se non sbaglio era anche il riassunto della filosofia di fondo del meeting Ifla 2013 a Singapore.

Aggiungerei anche l’esortazione di David Lankes di passare dagli “oggetti” alle “relazioni”, per ribadire l’importanza della biblioteca come “piattaforma meritevole di fiducia”.

E’ da lì, forse, che si può ripartire anche per la cara vecchia promozione della lettura. Naturalmente con un po’ di coraggio e cercando di andare oltre le solite presentazioni con gli autori e i restrittivi gruppi di lettura che parlano ad un pubblico già fidelizzato. Troppo comodo (ma questa è un’altra storia…).

Il problema di fondo è che in perfetto stile da pubblica amministrazione, si vive alla giornata nell’attesa che dall’alto arrivi un ordine di servizio definitivo. Non funziona così, non ha mai funzionato così.

Le biblioteche sono a un punto in cui o se la giocano sul gaming the system, o sono spacciate. Non mi riferisco all’hacking per un tornaconto personale, quanto ad uno sforzo congiunto dal basso (dalla trincea dei bibliotecari) per riattualizzare il senso stesso del servizio bibliotecario, e fare in modo che le sue potenzialità di aumento del capitale sociale della comunità provochino un impatto tale, da riconquistare attraverso la rete la meritata attenzione. Nelle strategie più losche di marketing virale, si parla di vero e proprio “contagio del brand”. Per essere contagiosi è necessaria la vicinanza. E per essere vicini bisogna conquistare la fiducia dell’altro.

Credo che sia necessario arrivare a questo plateau, per obbligare le amministrazioni ad adeguarsi.

Sembra un’utopia, ma forse di fronte a un servizio che l’80% della popolazione considera essenziale (e utile), un’amministrazione potrebbe pensarci due volte prima di mettere un ex-vigile o un ragioniere o un solo volontario in biblioteca e ridurre l’orario di apertura a sì e no venti ore settimanali (domeniche escluse, per carità…).

Expertise matters, questo è il messaggio che dovrebbe passare. O almeno quello che ho cercato di dire nel mio intervento a uno dei seminari di Veneto Lettura. E non senza che mi girasse in testa una frase di Clay Shirky che ho letto molto tempo fa e che è riaffiorata lì per lì, chissà per quale inconscia associazione di idee, dopo il bellissimo intervento della mattina di Elena Rocco dal titolo “Dove va il futuro?“.

invece che adottare sempre l’attitudine “il fallimento non è un opzione”, dovremmo imparare a prendere in considerazione i fallimenti periodicamente. Fermarsi nel bel mezzo di un progetto a anticipare potenziali fallimenti con un’adeguata valutazione “pre-mortem”.

Veneto lettura è stato un buon momento per una onesta valutazione “pre-mortem”. Shirky ne sarebbe contento, immagino. E non che le critiche e le perplessità non ci facciano altrettanto bene.
Ma se il problema è soltanto la preoccupazione per le nuove competenze richieste e per quello che avranno da obiettare gli amministratori (ai quali tra l’altro i bibliotecari non hanno mai spiegato realmente la propria funzione) di fronte al cambio di rotta generale, posto che ci sia, temo che verremo spazzati via anche prima e ben più facilmente dal semplice disinteresse dei cittadini. Molti dei quali magari continuerebbero a vivere tranquillamente, credendo che Internet è lo stesso Google e che Facebook serve a firmare le petizioni anti-vivisezioniste. E benché molti non avrebbero forse facilità di accesso agli strumenti per un adeguato fact-checking dei flussi informativi e per acquisire le tanto discusse indipendenza e autonomia digitale, non per questo non dormirebbero ugualmente sonni tranquilli.

Prendiamo atto del fatto che il nuovo re, là fuori, è il contesto e non più il solo contenuto. Se il 2013 è stato l’anno all’insegna del fin troppo abusato motto “content is the king”, è fin troppo chiaro che dal 2014 molti degli sforzi sostenuti per produrre i famigerati authoritative data andranno convogliati nella distribuzione e promozione di quel contenuto. Il problema è che le biblioteche pubbliche italiane non ne hanno prodotto un granché, a parte i record bibliografici (e nemmeno in formati standard), quindi avranno ben poco lavoro sul fronte della distribuzione.

Siamo ancora nell’era delle vetrine, questo è il vero problema e non la paura che gli amministratori e i cittadini decidano che è venuto il momento di togliere lo stipendio a quel tipo lì, in biblioteca, che se ne sta sempre dietro al computer. Sarà proprio la cultura dello scaffale espositivo (digitale e fisico) l’appiglio che gli amministratori in realtà potrebbero usare un domani, per mettere in discussione l’utilità dei bibliotecari.

Perché questo tipo di cultura, di certo, non produrrà mai alcun valore aggiunto nella comunità dei cittadini.

The “Durability” Of An Organization Is Determined By The Impact That Members Of That Organization Have On Others.

David Lankes

Expertise matters…

Alla prossima.

Credits: DeviantArt - marochromics - Cyber Frog. (thanks for this, buddy)
Credits: DeviantArt – marochromics – Cyber Frog. (thanks buddy, i owe you one)
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Gaming the system. Due parole sul convegno di #VenetoLettura

2 pensieri su “Gaming the system. Due parole sul convegno di #VenetoLettura

  1. Simone Vettore ha detto:

    Confesso che ho faticato molto anche solo a decidere quale fosse il modo più corretto per risponderti. Considerando la lunghezza di questa mia replica probabilmente sarebbe stato meglio un “contro-post” ma ho rinunciato per non personalizzare quella che dovrebbe essere una riflessione aperta. Eccomi pertanto a rispondere al tuo post con un classico, benché lungo, commento. Preciso che la mia scelta di controbattere punto per punto è dettata semplicemente dalla necessità di assicurare un minimo di linearità espositiva e non è dunque indice di volontà di “scontrarmi dialetticamente” con te (anche se come hai detto a Treviso “godi” ad essere contraddetto e quindi magari ne saresti anche contento…).

    Entriamo dunque in media… res.

    I miei dubbi sull’utilità che “competenze ed expertise” proprie dei bibliotecari avrebbero nel nuovo contesto in cui il libro fisico ha un peso minore e cresce quello del “digitale” (definizione onnicomprensiva e, ti concedo, vaga) mi pare siano anche i tuoi nel momento in cui invochi di “cambiare rotta e adeguarsi ai processi alla base dell’intelligenza collaborativa del web”. La differenza, o meglio, l’“errore di fondo” sarebbe dunque a tuo dire la prospettiva temporale: guardare al futuro, rinviando sempre qualsivoglia decisione e/o conseguente azione, e non al presente.
    In questo senso se nel momento in cui affermi:

    “Tornando da Bologna, sabato sera, rileggevo ancora una volta il post di Memoria Digitale e ho cominciato a pensare che l’errore di fondo, in definitiva, è il non voler affrontare il presente. Altro che futuro”

    ti riferivi a quanto da me scritto temo ci sia un un’incomprensione. A parte che tutto il convegno (l’ennesimo, scrivo indicativamente all’inizio del mio articolo) era improntato a scrutare il futuro (i titoli delle quattro sessioni della mattina erano: Dove va il futuro?, Dove va il libro?, Dove va la biblioteca?, Dove andiamo?), sottolineo che nel mio post critico OGGI la scelta di puntare sul ruolo di “mediatori dell’informazione” al fine di assicurare un DOMANI alla professione. Le motivazioni di fondo che mi spingono a ritenere ciò sono esposte chiaramente, ovvero: l’ATTUALE eccessiva competizione nel settore e la necessità di definire con maggior precisione il campo d’azione (= cosa intendiamo con informazione).
    Riguardo a quest’ultimo aspetto la lista da te stilata rappresenta già una buona base di discussione ma mi chiedo e ti chiedo: per quanti degli ambiti che tu proponi come rientranti nello “specifico bibliotecario” serve veramente un bibliotecario? Credo che molte delle attività che citi potrebbero svolgerle tranquillamente altre figure. L’importante, per farle, non è possedere, piuttosto che le pur imprescindibili competenze tecniche, doti e capacità relazionali (soprattutto dal punto di vista umano)?

    Per quanto riguarda poi la tua affermazione:

    “Contrariamente a Memoria Digitale, io credo che la produzione dei contenuti dal basso sia una risorsa da capitalizzare nella nostra professione”

    giuro di aver letto e riletto il mio post ma di non aver trovato alcun passaggio in cui affermo ciò; ho sostenuto – testualmente – che la scelta “pur eticamente meritoria” di andare “lì dove queste competenze sono ancora richieste (siti di social reading, forum di discussione e gruppi di lettura online, etc.)” potrebbe non essere percorribile e questo essenzialmente per motivi imputabili all’inquadramento amministrativo di molti bibliotecari / biblioteche (= di pubblica lettura e di ente locale, questi ultimi spesso di dimensioni medio-piccole con comunità di riferimento conseguentemente esigua, aspetto che stride con l’estensione globale delle reti sociali sviluppate in Rete) ed al fatto che, facendo ciò, molti amministratori (e molti cittadini insoddisfatti dei servizi “non più esclusivi”) potrebbero prendere la palla al balzo e chiudere definitivamente le biblioteche.

    Su questo punto le nostre opinioni sono – apparentemente – divergenti in quanto tu sostieni (provo a riassumere il tuo pensiero in poche parole e, spero, in modo corretto) che proprio il mancato aggiornamento dei bibliotecari / ammodernamento delle biblioteche (tale da renderle capaci di offrire servizi utili e non sterili vetrine) ne sancirà la condanna definitiva. Qui probabilmente influiscono le diverse esperienze personali (tu operi, da come mi sembra di constatare, in un’isola felice), ma riprendendo le utili statistiche e le relative proiezioni presentate da Stefanini sempre a Treviso (bibliotecari avanti con gli anni ed accompagnati alla pensione senza ricambio generazionale, per poi chiudere le biblioteche definitivamente) temo che la situazione, in giro, sia piuttosto quella a tinte fosche da me delineata e che di amministratori illuminati ce ne siano gran pochi.
    Peraltro, posto che venga colmato il gap a livello infrastrutturale dell’Italia in generale e delle biblioteche nello specifico (per molte già il wifi sarebbe un risultato…) così come quello delle competenze informatiche dei bibliotecari (vero miraggio in assenza di un adeguato turnover) sottolineo che la tua proposta di puntare su UGC, etc. (sulla quale, ribadisco, non ho pregiudiziali) verosimilmente imporrebbe ugualmente una revisione profonda del sistema bibliotecario italiano che comporterebbe de facto la chiusura di molte strutture. Ad esempio, la butto là provocatoriamente, questi novelli “digital librarian” andrebbero verosimilmente organizzati in team centralizzati, indicativamente, a livello di Polo (un po’ come i catalogatori oggigiorno); le sedi fisiche periferiche, con i loro costi fissi, perderebbero pertanto di importanza e andrebbero chiuse o completamente aggiornate (prendendo a modello gli idea store? I quali, per inciso, sono bellissimi ma per me sono “altro” rispetto alle biblioteche). Quei pochi libri fisici ancora richiesti potrebbero circolare attraverso bibliobus (od una loro evoluzione avanzata).

    Insomma, di proposte da prendere in considerazione ce ne sarebbero a iosa e se ne potrebbe discutere per giorni. Purtroppo, ultima provocazione, il fatto che a parlarne apertis verbis siamo solo io e te in questi blog (che pure un loro discreto seguito lo hanno) qualcosa vorrà pur dire: bibliotecari omertosi, menefreghisti o semplicemente rassegnati?

    PS Una critica a questo mio commento la potrai muovere sicuramente: il timing non è esattamente dei migliori!

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  2. Grazie, Simone, per la risposta. Mi scuso subito per averti appioppato un giudizio (quel colpevole “contrariamente a Memoria Digitale…”) che non hai mai esplicitamente espresso. Il problema è che partendo dalle tue osservazioni ho preso il largo e come spesso succede sono finito a parlare dei “massimi sistemi”. Sarebbe da sostituire con “contrariamente alla cultura dominante nella Pubblica Amministrazione…”, ma oramai non posso farlo, sennò si perde il riferimento al tuo commento ;-D

    Per risponderti: sì, abbiamo evidentemente opinioni diverse, ma ciò non vuol dire che non sia bello (e divertente, perché no?) iniettare questi bei muri di testo nella rete.
    Su Idea Store permettimi di soprassedere (per come la vedo sono un esempio di biblioteca pubblica tout-court – non certo l’unica, c’è anche Amsterdam e un po’ tutto il Nord Europa – esperienza provata dal vivo con un’intera giornata nella sede di Whitechapel, nell’ East End. Le altre succursali, se possibile, spaccano ancora di più. In ogni caso rappresentano tutto quello che in Italia non sarà mai praticabile, immagino), ma sarebbe bello parlarne a lungo.

    Sul turnover sono d’accordo ma, attenzione: potrei citarti numerosi esempi di cosiddetti “giovani” bibliotecari che non solo non hanno alcuna competenza tecnologica (e qui, sarebbe da riprendere il motto: libraries, short on books – long on tech…) ma che non dimostrano alcun interesse per tutto quello di cui stiamo parlando: reti sociali, web, processi collaborativi, cultura partecipativa, cultura digitale, medialfabetizzazione (figuriamoci Wikipedia). E, tanto per andare fuori contesto gratuitamente, che non sanno manco l’inglese. Come diceva Enrico Francese (@fraenrico) sul suo blog, “se non sapete l’inglese, imparatelo”. Già ripartire da qui sarebbe qualcosa, più o meno come per il wifi.

    Gianni Stefanini ha gioventù da vendere in testa e forse il vero problema sono le competenze e la cultura bibliotecaria a monte, per non parlare della formazione (compresa, ovviamente, quella cultura ben radicata diffusa dell’ “assumiamo qualcuno – pubblico o esternalizzato – per muovere i libri sugli scaffali”, che sarà responsabile dell’affossamento definitivo del servizio, quando non ci saranno più molti Gianni Stefanini in circolazione).

    Mi fermo qui, perché la tua risposta non merita un’altra replica ma un’attenta lettura. Chi vorrà, potrà farsi un’idea personale del problema.
    Aggiungo solo che, alla fine, credo che manchi una buona dose di fantasia. La creatività non è mai stata propriamente una necessità per i bibliotecari. Il problema è che in un mondo che chiede continue esperienze ed emozioni, chi non si adegua è destinato a perdere il treno. Poi, per carità, ognuno la pensa come meglio crede.

    Da parte mia (ma un po’, mi sembra di capire leggendo il tuo blog, anche da parte tua, anche se con presupposti diversi) il problema rimane questo:

    “We’re libraries. We share. Why aren’t we sharing more innovations?”
    Deborah Jacobs, Bill & Melinda Gates Foundation’s (Global Libraries initiative)

    Grazie ancora e a presto.

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