Bibliotecari, architetti dell’informazione

L’ultimo numero del quadrimestrale Problemi dell’informazione (Il Mulino, 2013), è completamente dedicato all’Architettura dell’Informazione.

Perché questa disciplina dovrebbe interessare i bibliotecari?

In un certo senso, la risposta è implicita nella semplice definizione di Wikipedia:

Architettura dell’informazione, detta anche architettura delle informazioni, dal termine inglese “information architecture”, è la struttura organizzativa logica e semantica delle informazioni, dei contenuti, dei processi e delle funzionalità di un sistema o ambiente informativo.

L’architettura dell’informazione è il cuore di un qualsiasi progetto di interaction design. Applicabile anche al di fuori dell’ambito informatico, questa struttura è l’anima fondamentale di un qualsiasi insieme di contenuti e dati destinati alla fruizione e, integrando informazioni e processi, svolge un ruolo chiave nel definire il reale grado di fruibilità e di usabilità di un sistema per l’utente finale.

Direi che, in linea di massima, ci siamo. “Insieme di contenuti e dati destinati alla fruizione” è una definizione perfetta per una biblioteca. Certo, il ruolo delle biblioteche non si esaurisce solo in questo, ma è un buon punto di partenza.

Per avere un’idea di quanto possa essere utile al bibliotecario moderno l’architettura dell’informazione basterebbe leggere, tra tutti, almeno tre interventi in particolare:

Angelo Agostini, Sistema sociale e sistema mediatico nell’età digitale, in “Problemi dell’informazione” 1/2013, pp. 3-8.

Federico Badaloni, Astronomi digitali. Gli architetti dell’informazione, in “Problemi dell’informazione” 1/2013, pp. 9-11.

Yvonne Bindi, L’usabilità delle parole, in “Problemi dell’informazione” 1/2013, pp. 46-62.

La cosa interessante è che tutti gli articoli di questo numero sono stati pensati per disegnare la mappa della disciplina, ma così facendo hanno tracciato anche una mappa del nuovo ecosistema fisico-digitale in cui viviamo oggi. Non solo, dai vari interventi emerge una figura dell’architetto delle informazioni molto più complessa e versatile di questa.

A tal punto che, involontariamente, l’insieme dei contributi finisce per costituire un possibile viatico per il bibliotecario moderno, per entrare agevolmente in questo nuovo ecosistema e ripensare alcune specificità della professione.

Se i bibliotecari oggi sono “professionisti dell’informazione”, vuol dire che il loro lavoro ha a che fare anche e soprattutto con le interfacce. In un certo senso potremmo definirci noi stessi così: interfacce.
E se le cose stanno così, è il caso di sapere di cosa parliamo quando parliamo di interfacce e di ecosistema dell’informazione.

Secondo Angelo Agostini, per quanto sia difficile dare una definizione esaustiva, l’aspetto più specifico di questo nuovo ecosistema

potremmo individuarlo nella qualità delle relazioni che si stabiliscono in rete tra il produttore e il consumatore d’informazione.

Il problema, a questo punto, è stabilire se le biblioteche producono o no informazione. La risposta è, ovviamente, sì.

In quanto bibliotecari produciamo informazioni attraverso i nostri cataloghi online, i blog, i siti web, le newsletter e gli account social. Anche attraverso la segnaletica all’interno dell’edificio, per non parlare dell’attività di reference.

La cosa che ci differenzia, forse, da altri produttori di informazione, è che attraverso tutti questi “dispositivi di mediazione” produciamo informazioni per rendere più semplice l’accesso ad altre informazioni.

Un po’ come degli intermediari. E, per dirla con David Lankes, in qualità di intermediari è necessario che i bibliotecari siano, soprattutto, facilitatori.

La risposta quindi è sì, produciamo informazioni, ma se accettiamo questo dobbiamo accettare anche la responsabilità dell’ecologia del nostro sistema informativo. E studiare, progettare, organizzare i modi più semplici per rendere fruibili e utili le nostre informazioni.

In generale, dobbiamo accettare di fare i conti con il concetto di usabilità.

Federico Badaloni parla degli architetti dell’informazione come di “astronomi digitali”, e nelle varie declinazioni che propone, ce n’è una, in particolare, che ci riguarda da vicino: chi, in questo campo, si specializza nelle logiche di aggregazione, archiviazione e trasporto dell’informazione.
I destinatari, tanto per essere chiari, sono le persone. E’ per gli esseri umani che si lavora, non (solo) per le macchine.

“Ma quelli che cosa fanno, i grafici?”

Nel suo intervento, Angelo Agostini racconta la storia travagliata del passaggio dalla stampa tradizionale al sistema editoriale digitale. Consiglio la lettura di questo intervento proprio perché ci sono tante e tali affinità con la nostra storia che si potrebbe sostituire, in più punti, la parola giornale con biblioteca.
E uno dei protagonisti di questa storia è il tanto sottovalutato design.

Dopo i primi vagiti dell’editoria digitale, vinte le non poche resistenze dei più scettici, “ai giornalisti continuava a non importare nulla della confezione, della composizione e della grafica dei loro giornali”. Insomma, i grafici da una parte, i giornalisti dall’altra. Vietata qualunque “impropria redistribuzione di mansioni.

E’ vero che Angelo Agostini parla riferendosi al mondo giornalistico, ma non è forse un po’ anche la situazione del mondo bibliotecario italiano, quella in cui l’importanza del design continua ad essere sottovalutata o, se accettata, delegata spesso in fretta e furia a “chi di competenza” quasi fosse un oggetto scomodo?

Penso alla progettazione delle interfacce grafiche dei nostri cataloghi online e a quali nuove competenze potrebbero esserci richieste per lavorare consapevolmente nell’ottica dell’usabilità.

Può capitare, no? Tralasciare alcuni dettagli di non poca importanza per le più diverse ragioni (rigidità del software, soldi, tempistiche ridotte, inesperienza, ecc…).

Magari ci chiederemmo: ma vuoi che il tale o il tal altro tecnico non ci abbiano pensato?

Jef Raskin, già dieci anni fa, scriveva:

Delle molte assurdità che progettisti incapaci ci scaricano addosso, la complicazione delle cose semplici è forse quella che fornisce più materiale a comici e vignettisti.*

Quindi: no, non è sempre detto che i tecnici ci abbiano pensato. Innanzitutto perché non è così scontato che, per disegnare interfacce grafiche venga messa in campo sempre e comunque una squadra che, oltre allo sviluppatore Php/MySQL, Javascript e XHTML di turno, conti anche un web designer specializzato, un grafico digitale o un architetto dell’informazione (o magari una figura che raccolga in sé tutte e tre le professionalità).
E poi, in quanto supervisori, quanti bibliotecari sono in grado di tenere conto di alcuni dettagli molto tecnici sullo sviluppo, la progettazione e la personalizzazione dell’interfaccia grafica di un catalogo?

Quanti sono in grado di mettere da parte il proprio gusto personale (e la propria semplice esperienza di utilizzatore del web) e affidarsi ad alcuni fondamenti più solidi e generalmente accettati in queste discipline?

Sappiamo come fare buon uso del white space nel nostro design? Suggeriremo una serie di test di usabilità fatti su un campione di “non addetti ai lavori” (500 o 1000 non è una cifra così rara, in situazioni analoghe) e quali metriche analizzeremo? Il tracciamento degli spostamenti del mouse? Un tracciamento visivo dello sguardo dell’utente? L’analisi delle queries? Il bounce rate delle singole pagine?
Quanta trasparenza avrà lo sviluppo del progetto? Ci saranno comunicazioni, bug report, e una scaletta delle implementazioni? E con quali periodicità?

Diciamo la verità, se tutto filasse sempre liscio anche nelle società informatiche, non esisterebbe la Agile Alliance.

Sempre Jef Raskin (il creatore di Macintosh, tra l’altro), in un libro** che è diventato una sorta di must-read per qualsiasi architetto dell’informazione, diceva:

Una interfaccia è a misura d’uomo se è sensibile alle necessità degli esseri umani e rispettosa delle loro fragilità**.

“Scrivere sempre per gli umani, senza mai dimenticare come funzionano i robot”

L’intervento che mi ha colpito di più è però quello di Yvonne Bindi.

Le parole sono importanti, e in qualche modo le biblioteche e i loro servizi sono fatti di parole.

Yvonne Bindi spinge letteralmente il concetto di usabilità oltre i suoi ambiti usuali. Lo porta in un campo dove potrebbero entrare tranquillamente anche i bibliotecari. Qui non è più un discorso di competenze tecnologiche aliene, qui il punto è che per scegliere bene le parole non basta essere esperti della lingua, ma è necessario conoscere il contesto in cui saranno usate.

C’è un paragrafo nell’articolo di Yvonne Bindi, intitolato Trovabilità, che potrebbe tranquillamente diventare il manifesto del bibliotecario moderno.
La questione fondamentale è: in che modo le persone cercano le cose? Che è poi quello che dovrebbe riguardare noi bibliotecari da vicino.

In un epoca in cui il mondo fisico e quello digitale non sono più così scissi, ma due piani della stessa realtà quotidiana, anche i professionisti dell’informazione come i bibliotecari possono finalmente sfruttare l’architettura dell’informazione nel senso in cui la intende Yvonne Bindi.

Sarebbe abbastanza scontato dire che l’intero corpo dei servizi di una biblioteca (o di un sistema bibliotecario) dovrebbe porsi come primo obiettivo l’usabilità. Quanto più si raffineranno le competenze in questo campo, tanto più ogni singolo servizio (fisico – dal reference alla segnaletica – o digitale) sarà in grado di essere fruito in modo semplice e immediato.

Meno scontato, forse, sarebbe spingersi oltre e adottare la SERP (la pagina con i risultati che restituisce un motore di ricerca) come metafora della capacità di rispondere di una biblioteca.
Se pensiamo ai microcontenuti che ci offre la pagina di un motore di ricerca, quali algoritmi o processi di estrazione ci vengono in mente per le nostre risposte? Se possiamo dire di avere anticipato la domanda e restituito una SERP qualitativamente buona, le cui parole sono chiare, semplici e usabili, vuol dire che abbiamo elaborato un buon sistema e che il design complessivo funziona.

Ora che anche le biblioteche producono informazioni attraverso i siti web, le newsletter, i social, le parole non sono mai state così importanti: titoli, sottotitoli, suggerimenti, esortazioni ad agire (call-to-action del tipo: clicca qui, leggi tutto, continua, iscriviti, ecc…), le parole raccontano giorno per giorno la nostra storia.
Soltanto che il riferimento fondamentale per la lettura non è più la carta, ma lo schermo, fa notare l’autrice. E sullo schermo si parla con immagini, colori, testo grande, piccolo, normale, grassetto o sottolineato, elenchi e link ipertestuali. Senza contare che oltre ai contenuti visibili esistono anche quelli invisibili (metadati).

Yvonne Bindi ci fa capire che le relazioni che creiamo con i nostri contenuti online dicono molto del design del nostro prodotto. Meglio ancora, usa una definizione che non potrebbe essere più perfetta:

Writing is design.

Alla fine, dopo aver letto i tre articoli, non ho potuto fare a meno di ricordare una frase di Alessandra Farabegoli che avevo letto lo scorso novembre qui:

Tutto risuona, tutto torna. La gente pensa a noi infinitamente meno di quanto crediamo, ma, se siamo noi a interessarci di loro, e glielo facciamo sentire (prima ancora di dichiararlo), i risultati saranno migliori.

Alessandra Farabegoli

Note:

*Jef Raskin, Interfacce a misura d’uomo, Milano, Apogeo, 2003.

**Ibidem.

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Bibliotecari, architetti dell’informazione

2 pensieri su “Bibliotecari, architetti dell’informazione

  1. Sintetizzare: uscire dal vecchio, pensare all’utente, semplificare, potenziare il risultato. Sono parole, e anche ammettendo che siano potenti, mi spaventano. Quest’attenzione all’utente, al catturalo, coinvolgerlo, soddisfarlo prima del suo desiderio, al conquistarlo come fosse un cliente. Ecco, se una cosa mi spaventa è il connubio utente-cliente.
    Quando io ho iniziato a fruire delle biblioteche ho dovuto capire, mettermi in gioco (queste maledette prossimità semantiche!!), imparare a usare il catalogo, gli opac, gli indici, i bibliotecari stessi.
    Come il minatore ho imparato a rispettare la roccia che scavavo, a filtrarla. Mi era richiesto qualcosa.
    Era così sbagliato?

    Mi piace

  2. No, certo che non era sbagliato, anzi, tutt’altro. Però tu possedevi sicuramente già un bagaglio di buone competenze informative, per così dire. Oggi le cose sono cambiate. Le biblioteche si trovano a fare i conti con un patrimonio che rischia di non essere usufruito se non si tiene conto della frammentazione del contesto digitale. Ma soprattutto, proprio in questo nuovo sistema di circolazione dei contenuti, bisogna tenere conto della piazza digitale che cerca continuamente di facilitare l’accesso alle risorse: il social login è un esempio, una concreta semplificazione della modalità di accesso (non mi risultano cataloghi bibliotecari che al momento ne facciano uso, obbligando l’utenza alla creazione di nuovi account). L’equazione utente=cliente serve più che altro a suggerire modi più amichevoli di relazionarsi, nel rispetto della professionalità, certo, ma anche per suggerire una strategia di promozione sempre al passo con i tempi. C’è poco da fare, il calderone a cui attingere è sempre il marketing (ma per uno scopo più che lecito, la diffusione della conoscenza, in tutte le sue declinazioni) se non altro perché la ricerca e lo sviluppo in questo settore sono decisamente più forti che non nel mondo delle biblioteche.
    Anch’io ho dovuto imparare all’università a padroneggiare la terribile ricerca booleana e a aprire e chiudere cassetti alla ricerca delle interconnessioni tra le schede catalografiche cartacee, ma semplificare, rendere più usabili e accessibili gli strumenti di ricerca e di accesso non vuol dire necessariamente mortificare il piacere della ricerca stessa, che comunque continuerà a richiedere una certa dose di impegno.
    Cambia il contesto, tutto qui. Altrimenti ci parleremmo ancora con il telefono di casa. Ci sarebbe anche un discorso su accessibilità e discriminazione digitale (ben diversa dal digital divide), cosa in cui le biblioteche non sono certo le uniche campionesse, ma il discorso si allungherebbe. Poi magari non sarebbe comunque male parlarne, ma il problema di base è quello “democratico” (dico così giusto perché non saprei come altro definirlo) al momento: percentualmente poca utenza rispetto alle potenzialità. Mediamente, un servizio per iniziati.

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