Biblioteche, metadati e social media marketing. Riflessioni a margine del convegno delle Stelline 2014

Social network graphs combined with metadata are essentially inference engines.

Andy Green, 12 giugno 2013

I social media e il web non sono mai stati gratis, non per noi almeno, non per chi gestisce la presenza sul web di un’istituzione come la biblioteca.
Lo ha spiegato bene Johannes Neuer nel suo intervento al convegno delle Stelline 2014.

Social media has never been a free medium even though networks and some tools don’t cost anything 1.

La questione è complessa, senza dubbio. Innanzitutto c’è una bella differenza tra social media e social media marketing.
E c’è una bella differenza tra l’uso che un singolo individuo può fare, privatamente, dei social media e l’uso che può (e dovrebbe) farne una biblioteca o un’istituzione pubblica in generale.

Se accettiamo il fatto che i social media sono un potente canale non solo per la comunicazione ma anche per la promozione della cultura partecipativa, per la costruzione di comunità consapevoli delle risorse che le biblioteche sono in grado di offrire e per facilitare la creazione di nuovi contenuti partendo proprio da un libero e incondizionato utilizzo di quelle stesse risorse, allora stiamo parlando di missione, strategie e progetti a lungo termine.
E anche di accesso alla conoscenza (o meglio della creazione di connessioni significative tra i contenuti della conoscenza stessa), che poi è principalmente quello di cui dovrebbero occuparsi le biblioteche.

La nota dolente è che affrontare professionalmente la cosa comporta un costo. E il costo dovrebbe coprire anche una serie di attente strategie di social media marketing.
Ora penserete a Facebook perché, ammettiamolo, quanto a network generalista non ha rivali e si finisce sempre col tirarlo in ballo.

La scelta di Facebook di mortificare l’organic reach delle pagine e spingere i community manager alla promozione dei post a pagamento è il topic del momento, giusto?
Meglio allora che dica subito che la cosa non mi interessa né preoccupa particolarmente.

Investire nel social media marketing non ha a che fare soltanto con Facebook. C’è da dire però che le biblioteche hanno fatto uso del social network più diffuso al mondo per fini quasi esclusivamente pubblicitari. Difficile contestare a una piattaforma la scelta di guadagnare dall’advertising.
La pubblicità ha un costo. Da sempre.

Questione etica contro Questione tecnologica

Possiamo affrontare il problema da due punti di vista, per praticità. La questione etica da una parte (che viene prima di ogni altra cosa, per quanto sia un terreno, questo, molto facile alle banalizzazioni) e la questione tecnologica (il contesto tecnologico in senso ampio) dall’altra.

1 – Questione etica (volendo, anche metaetica)

E’ giusto che le biblioteche pubbliche investano dei soldi nel social media marketing?

Al di là di qualsiasi risposta (che non ho, comunque, o meglio ho risolto tra me e me con un atteggiamento pragmatico e orientato al contesto più che alla speculazione filosofica), ho sempre paura che da una domanda del genere si finisca per fare la fine di quelli che tirano in ballo le biblioteche solo per perorare una causa che non ha nulla a che fare con le biblioteche.
Potremmo fare elenchi sterminati di simili domande trabocchetto:

E via dicendo. Facilonerie pericolosissime se non maneggiate con cautela.
Potremmo estendere la cosa e metterla anche in questi termini:

  • è giusto che le biblioteche paghino le tipografie per stampare centinaia di segnalibri, depliant e manifesti per la promozione di eventi (o stampino il proprio logo su borse, magliette e braccialetti per fare branding)?

Oppure, ancora più subdola:

  • è giusto che con le tasse dei cittadini si paghino le ore di lavoro del personale che all’interno delle biblioteche si occupa di gestire i social media?
  • E’ giusto e utile mantenere con le nostre tasse “bibliotecari-blogger-community manager” ?

Alcune riflessioni di natura etica e deontologica, ovviamente meglio formulate e contestualizzate delle mie, sono state implicitamente e esplicitamente espresse in alcuni interventi al convegno delle Stelline.
Per chi c’era giovedì, Riccardo Ridi2 docet (tra l’altro, pur non condividendo che in parte le sue riflessioni, non ho potuto non cedere al fascino dell’arringa appassionata che ci ha regalato. Ricordo anche un momento abbastanza comico, quando ha tirato in ballo le famigerate “foto di gattini e altre amenità” con Neuer seduto lì vicino al tavolo dei relatori. Immagino di non essere stato l’unico a pensare alla bacheca Pinterest della NYPL, Little lions…).
Non ho potuto seguire l’intervento di Juliana Mazzocchi perché ero in Sala Manzoni, ma leggendo poi gli atti3 ho visto che si è posta una serie di interrogativi etico-tecnici che hanno considerato giustamente anche il problema della gratuità o meno dei social network (nel caso specifico, Facebook).
Però, al problema della complementarietà o antagonismo tra social network e blog personalmente preferisco l’approccio di Michael Hyatt in Platform: Get Noticed in a Noisy World (o quello di Chris Brogan e del suo simple presence framework, che poi è più o meno la stessa cosa):

Let’s talk about adding the planks to your platform, creating a home base that is solid and provides strong footing to grow from. Planks include everything from Facebook, Twitter, your blog, your website, even traditional media. And learning how to weave all of these things seamlessly is an art unto itself.

Questa cosa del non continuare a vedere l’insieme piuttosto che le singole parti non la capisco. Oramai si parla di ecosistema e piattaforme digitali da anni e il ben più facile dilemma “è meglio Facebook, un blog o un sito web?continua ancora a tormentarci  nonostante sia oramai assodato che abitiamo una realtà digitale multipiattaforma.

2 – Questione tecnologica

  • E’ giusto accettare la responsabilità di un approccio professionale ai social media?
  • Richiedere ai bibliotecari competenze in questo ambito tanto quanto le si richiede nella catalogazione e in altri ambiti più storicizzati della professione?

Si sente dire ovunque che i social media non sono un semplice “one-way system”. E’ vero, ed è vero che se esprimi il senso del tuo essere proprio nel-e-grazie al web, devi fare i conti inevitabilmente con le sue regole e la sua economia.

Vogliamo davvero metterla sul piano costi contro budget?
Iniziamo con ammettere che il web non è mai stato gratis, altrimenti non pagheremmo nulla per ospitare un sito web presso un servizio di hosting. Nemmeno questo blog è gratis, perché WordPress, non bastasse il nome nell’URL, può inserire (e lo fa, giustamente) un piccolo annuncio pubblicitario (random) alla fine di un post. Senza contare altre forme ben più consistenti di guadagno della piattaforma che muove quasi il 30% del traffico mondiale.

La gratuità di internet è un mito che andrebbe smontato quotidianamente punto per punto. Il fatto che nell’ecosistema del web ci siano dei costi (e ci sono, anche se non sempre ci coinvolgono in prima persona) non vuol dire che sostenerne alcuni sia una scelta sconsiderata. E il fatto che ci siano dei costi non ci esime dall’esigere libertà e libero scambio dei software e dei dati nel rispetto della proprietà intellettuale.

Magnolia, Silverstripe, WordPress, Drupal e Joomla, per citarne alcuni, sono cms liberi e gratuiti, però a meno che non ne sappiamo parecchio in materia ci toccherà comprare un template professionale o commissionarne la realizzazione a qualcuno per avere un sito che risponda agli standard contemporanei e magari, una volta tanto, sia anche appetibile. Se non un template, magari un framework flessibile.
Senza contare le estensioni di terze parti disponibili soltanto a pagamento, ma che sarebbe un vero peccato non sfruttare quando fanno al caso nostro.

Pagare questo con soldi pubblici è una scelta sconsiderata?
Le biblioteche sono entrate nel mondo dei social media e del web. Potevano anche non farlo (vedi Questione etica in alto per eventuali speculazioni), ma hanno fatto una scelta.
Un passo del genere comporta come minimo una responsabilità professionale, perché fare un passo del genere significa implicitamente accogliere il senso del motto “digitale è reale”.
Troppo facile sottoscrivere account sui social network, creare blog e siti web e fare gli snob quando si tratta di fare i conti con il contesto del mercato.

Quindi, come prima cosa, sarebbe il caso di smettere di scandalizzarci del fatto che per promuovere un post su una pagina Facebook dobbiamo pagare qualche euro (Facebook non ha mai detto di essere una organizzazione non profit).
Anche perché la cosa è un pochino più complessa e non ha solo a che fare con la guerra del traffico web e i proventi pubblicitari, ma anche con un mondo digitale che sempre più spesso non perdona la scarsa competenza (se volete una buona notizia sull’organic reach delle pagine Facebook, leggetela qui).
Qualcuno si è accorto, negli ultimi anni, che il post di una pagina Facebook ha decine di modi per segnalare la propria presenza in rete, oltre che la solita bacheca?

Quanto budget destinare al social media marketing?

La comunicazione e la promozione hanno un costo, finanziario e in risorse umane impiegate.
La progettazione ha un costo (individuare target, scopi, risorse a disposizione e produrre i contenuti che si vuole diffondere).
E, ovviamente (come in generale per ogni medium), la comunicazione è efficace se il messaggio raggiunge i destinatari.

Impiegare ore e ore a lavorare nel mondo digitale senza che nessuno arrivi ad accorgersi di tutto questo lavoro mi sembra una follia. Un po’ come catalogare migliaia di libri che nessuno, o pochi, leggeranno mai perché non ne conoscono l’esistenza.
Se scrivi un pezzo fenomenale sul blog della biblioteca e lo rilanci sui social network facendo leva sulla visibilità dei post, “rischi” di creare un contenuto virale che una volta tanto non cerca di venderti una bibita o un automobile o di farti sorridere davanti al solito flash mob in salsa rap.
Se paghi il noleggio di una piattaforma per il digital lending qualcuno dovrà saperlo, prima o poi.
E dato che l’ospite silenzioso e un po’ onnipresente al convegno delle Stelline era David Lankes, non scrive lui stesso nell’Atlante che “un servizio non è utile solo per il fatto di esistere” (vedi certi siti web trasandati o certi cataloghi bibliografici obsoleti, o peggio nuovi ma nati obsoleti che solo pochi iniziati riescono a utilizzare)?

Social data, collaborative data

Non si può certo ridurre tutto solo ai post sponsorizzati. No. Il bello viene proprio qui.

Innanzitutto il social media marketing ha a che fare con i dati. E in un sistema come quello di oggi i dati sono parte integrante della conoscenza.
E chi se non un istituto pubblico e senza scopo di lucro come la biblioteca può fare un uso migliore dei dati e della conoscenza?
Durante il suo intervento, Neuer ci ha raccontato che la NYPL crea report periodici con analisi approfondite sui risultati del lavoro on line, aggregando e valutando i dati raccolti soprattutto con i social tools. Prassi quasi scontata nel mondo aziendale.

Solo con i dati è possibile valutare l’impatto di un servizio. Nel mondo dei social media, i dati (sì, sto parlando di big data) si raccolgono attraverso l’utilizzo di strumenti professionali quasi sempre a pagamento, perché se c’è una cosa che il web 3.0 ha decretato è che i social data hanno un costo. Dato poi che i social media sono uno strumento, non un obiettivo, è normale che abbiano anch’essi un costo sottinteso.
Investire nel social media marketing vuol dire occuparsi di “collaborative data management”, cioè della gestione e analisi dei dati per riprogrammare le strategie in base ai risultati.

Da una parte quindi il design complessivo del proprio framework digitale, con delle scelte oculate e funzionali alla missione e agli scopi della biblioteca, dall’altra una solida reportistica dalla quale potere ricavare un giudizio sulle performance.
Campagne web, email marketing, SEO, social caring e social timing, link building, content management, content marketing e tutto il resto non sono sempre un’opzione per chi vuole affrontare il web e i social media in modo professionale. Il mondo dell’informazione si è evoluto (non complicato, complicato lo era anche prima del web), non vedo perché non dovremmo pretendere da un servizio pubblico (che paga professionisti dell’informazione come i bibliotecari) gli stessi standard che vengono chiesti dalle aziende ai professionisti.

Ad oggi sono davvero poche le analisi serie sull’efficacia dell’uso dei social media da parte delle biblioteche (quella di Claire Sewell, bibliotecaria all’Università di Cambridge e esperta di metadati e UX, vale la pena conoscerla però) ma continuare a tenere un atteggiamento superficiale (diciamo anche un po’ reazionario e forse snobistico) nei confronti dei metadati che ci riguardano, non ultimi i dati della nostra comunità di riferimento, mi sembra una scelta poco sensata nel mondo digitale.
Invece di ripeterci che un certo numero di milioni di italiani usano i social network e che un certo numero di milioni di persone accede al web da mobile (diamolo per assodato una buona volta), sarebbe il caso di iniziare a ragionare su metadati un po’ più utili.

Come ad esempio l’analisi del sentiment georeferenziato, la possibilità di filtrare i maggiori topic di conversazione in una certa area geografica o di conoscere gli spostamenti quotidiani dei cittadini per capire quando la comunità di una biblioteca è più o meno presente in un certo momento, o ancora studiare i picchi di connessioni online durante l’arco della giornata dei nostri fan e followers e così via.
Al convegno delle Stelline, nella giornata di venerdì (che purtroppo non ho potuto seguire) Daniele Dappiaggi4 ha tenuto un intervento finalmente moderno a proposito del GIS e della geolocalizzazione come parametro per lo studio della market area, portando come esempio la sperimentazione del sistema Brianza Biblioteche.

Letto il suo intervento devo dire che mi sarebbe davvero piaciuto ascoltarlo, anche solo per il fatto che parlare di GIS porta necessariamente a parlare di Python e della potenza di un linguaggio che va a braccetto con i Big Data.
Non mi sono invece perso Cristina Bambini e Tatiana Wakefield5 della San Giorgio di Pistoia. Hanno parlato di Foursquare, di world-making, di urban sensing e gamification, argomenti perfetti per un summit di Architecta. Sono segnali, forse siamo sulla strada giusta.

Solo che per discutere seriamente di argomenti come questi dovremmo mettere in conto un costo, prima o poi.
Perché è vero che in certi casi si possono ottenere social data utili gratuitamente (Facebook insight, WolframAlpha, Google analytics, Followerwonk, WordPress analytics e molti altri). Ed è anche vero che con un po’ di fantasia e studio possiamo fare esperimenti creativi con IFTTT, creando ad esempio regole per le notifiche email degli upload geolocalizzati su Instagram e il riversamento di questi metadati su fogli di calcolo in Google Drive per l’analisi successiva (provato, funziona. E in un colpo solo si possono analizzare sia la produzione di immagini a livello locale sia l’andamento dei trend degli hashtag. Volendo si potrebbe parlare di Flickr e dati Exif, cioè altri metadati propri delle immagini digitali, e usare regole apposite per l’analisi georeferenziata. Anche qui: provato, funziona.).

Ma è anche vero che se Followerwonk offre gratuitamente il break-down dell’attività dei propri follower su Twitter e numerosi altri social data, per la programmazione ottimizzata dei nostri post grazie all’integrazione con Buffer (che a sua volta si può integrare con social network come Facebook, Twitter e Linkedin attraverso una fenomenale estensione per browser) bisogna prevedere un costo. E il costo è proporzionato all’utilità, perché Buffer è una soluzione all-in-one incredibilmente potente.

Le features a pagamento di Issuu (strumento che alcune biblioteche utilizzano) sono altrettanto invitanti per chi si occupa di content curation.

La versione Pro intermedia di Hootsuite costa 7,19 euro al mese, per avere la programmazione avanzata dei messaggi e almeno un report statistico dettagliato.

AuthorityLabs, SproutSocial, Twitalizer, Klout, i prodotti Moz e decine di altri strumenti utili per iniziare a ragionare seriamente sui social data delle nostre comunità di riferimento sono tutti a pagamento.

E l’email? Dell’email se ne sono dimenticati tutti nelle nostre biblioteche. Un medium che non è mai stato così vitale come ora, lasciato morire in messaggi con muri di testo da vertigini, spesso senza immagini, con parametri di formattazione che non rispondono ai requisiti di scalabilità, o con immagini terribili, rasterizzazioni e pixelation ai limiti del possibile, allegati pdf che rischiano di venire tagliati fuori dai client finendo nella spam, sfilze di numeri inutili nel corpo del soggetto:

newsletter n. 5 del 24/05 Anno IV Istituzione Biblioteca tal dei tali, giorno 518 dall’adozione del calendario gregoriano eccetera….

Per non parlare degli interminabili link non abbreviati (url shortener, mai sentiti?).

Anche l’uso professionale dell’email non è mai stato gratis.
MailUp propone un interessante soluzione pay-per-speed, ma ha un costo.
Anche MailChimp, oltre i 2000 iscritti, ha un costo.
RapidMail ha un costo.
Litmus, una delle più importanti piattaforme di testing e tracking delle email, ha un costo.

Il mio tempo per scrivere da zero il codice per la newsletter e dannarmi per integrarlo nel tool di Magnolia, con tutti i problemi legati alla rigidità della piattaforma, e il tempo speso di volta in volta sull’Url Builder di Google e sul monitoraggio delle aperture e dei CTR attraverso rapporti personalizzati di Google Analytics, ha un costo. Però ho in mano dei dati che finalmente misurano l’efficacia o meno delle newsletter.

E, non ultime, le immagini professionali per far leva sul visual marketing hanno ugualmente un costo. Facebook, Twitter e Google+ premiano i post con le immagini e noi cosa ci mettiamo? Troppo spesso cose come le locandine, in aperta sfida verso l’accessibilità dei contenuti testuali che si richiede ai servizi pubblici.
Certo, il microstock ha un costo, proporzionato a quanto vogliamo farne uso (da non sottovalutare il corredo grafico in un blog post, o ad esempio la forza delle infografiche che potremmo realizzare su argomenti come la information literacy, la lettura, l’accesso alle risorse digitali e tutto il resto)
Ma perché non parlarne, è davvero un tabù?

Continuare a usare in modo naif i social media potrebbe rivelarsi un enorme perdita di tempo. Non ci leggerà nessuno, non troveremo l’appoggio che di pochi fan già fidelizzati, non ci saranno mai i presupposti per dare corpo e vita a una vera comunità di partecipazione e creazione di conoscenza, non sapremo mai l’impatto reale dei nostri servizi (e dei nostri sforzi).
Perché o sei un portale o un marchio di un certo peso oppure la partecipazione della tua città te la devi sudare con un onesto community management.
E, se scriviamo sul sito o sul blog di una biblioteca, magari facciamolo pensando al contesto in cui ci muoviamo. Otterremo molti piccioni con una fava.


 

Note:

1 Johannes Neuer, Building a Social Library, in “La biblioteca connessa. Atti del Convegno Stelline 2014“, Editrice Bibliografica, 2014.

2 Riccardo Ridi, La responsabilità sociale delle biblioteche: una connessione a doppio taglio, ibid.

3Juliana Mazzocchi, Blog e social network in biblioteca: strumenti complementari o antagonisti?, ibid.

4Daniele Dappiaggi, La biblioteca connessa al territorio: geolocalizzare per decidere, ibid.

5Cristina Bambini e Tatiana Wakefield, Se la biblioteca è geolocalizzata: location-based services e social games nella strategia di marketing, ibid.

Qualche lettura, in ordine sparso:

Manoar Pawar, Data collecting methods and experiences : a guide for social researchers, Elgin, IL : New Dawn Press, 2004.

Lisa Gitelman, “Raw Data” is an Oxymoron,  MIT Press, 2013.

Craig A. Hill, Elizabeth Dean, Joe Murphy, Social Media, Sociality, and Survey Research, Wiley, 2013.

Marc J. Epstein, Kristi Yuthas, Measuring and Improving Social Impacts: A Guide for Nonprofits, Companies, and Impact Investors, Berrett-Koehler Publishers, 2014.

Michael Hyatt, Platform: Get Noticed in a Noisy World, Thomas Nelson ed., 2012.

Steven Rosenbaum, Curation Nation: How to Win in a World Where Consumers are Creators, Mcgraw-Hill, 2011.

Ovviamente:

Vincenzo Cosenza, La società dei dati, 2012 (a 1,99 euro potete permettervelo…)

e questo:

Erik Brynjolfsson, Andrew McAfee, The Second Machine Age: Work, Progress, and Prosperity in a Time of Brilliant Technologies, 2014 (vi farà capire che mentre stiamo ancora a discutere di “social sì social no“, l’Internet delle Cose è già qui e in men che non si dica  – tipo dieci, quindici anni – potrebbe scomparire dagli schermi di computer, tablet e smartphone e diventare quello che il PEW report per i 25 anni di internet ha chiamato “l’internet silenzioso”, che non è solo quello che indosseremo, quella è solo la punta dell’iceberg…)

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Biblioteche, metadati e social media marketing. Riflessioni a margine del convegno delle Stelline 2014

4 pensieri su “Biblioteche, metadati e social media marketing. Riflessioni a margine del convegno delle Stelline 2014

  1. Da dove iniziare? Per me tutto si riassume in una parola: improvvisazione. Il fatto è che è inutile stare a parlare di social media, social network o social media marketing, se prima non abbiamo una minima (e sottolineo minima) idea di cosa stiamo parlando. A me piace ancora parlare di servizio. Credo infatti che i social possono essere un valido strumento per migliorare i serivizi che la biblioteca offre, anzi la comunicazione social è un vero e proprio servizio. Ai cittadini interessa che i loro soldi siano spesi bene, che la PA sia composta di professionisti. Non credo che avere all’interno di un’organizzazione community o social media manager sia un costo in più, anzi. Diventano un costo quando le persone non sono preparate, quando sono improvvisati e quando dientro non c’è la minima organizzazione. Ci meravigliano e scandalizziamo se una biblioteca crea un profilo piuttosto che una pagina su Facebook? Io da bibliotecaria mi scanadalizzo di più quando vedo certi cataloghi, affidati il più delle volte a “non bibliotecari”. Tu fai riferimento a Neuer. Io dal suo intervento ho capito (se ce n’era bisogno) che alla base di tutto c’è una cultura organizzativa pensata, ponderata, studiata e il rispetto per la professionalità.
    Un altro punto interessante, che hai toccato, e che a me sta molto a cuore è l’accessiblità. I social non sono accessibili ed escludono quindi una parte dei nostri utenti (pare però che ad esempio Facebook stia facendo dei passi verso questa direzione). Che fare? Ma ci siamo forse scordati che esistono i siti? E a proposito di gratuità: come hai fatto notare basta con questa storia che Internet sia gratuito, tutto ha un costo e chi gestisce un sito sa benissimo questa cosa.
    Veniamo alla misurazione, e qui ti cito: i dati hanno un senso se vengono analizzati. Pensare a una “strategia” social senza pensare alla misurazione, vuol dire non aver capito, oppure averne capito solo in parte l’importanza e l’efficacia.
    Concludo con l’intervento mio e di Cristina alla Stelline che hai citato. Venti minuti per dire tutto quello che avremmo voluto dire è veramente poco. A me (ma sono sicura di parlare anche a nome di Cristina) interessava far passare che il nostro lavoro non è solo pratica, dietro c’è studio, aggiornamento continuo, insomma lasciamelo dire della teoria.

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    1. Ciao Tatiana e grazie, sono certo che non sarebbero bastate nemmeno due ore per darvi la possibilità di fare una panoramica ad ampio raggio sui temi che tu e Cristina avete affrontato.
      In fondo i convegni servono anche a questo, ad esprimere quanta più diversità possibile, e non c’è un solo campo della ricerca dove funzioni diversamente. Per tutto il resto, confidiamo nel long life learning.
      I siti web, appunto, grande nota dolente, hai ragione. Immagino dipenda molto da una scarsa percezione del problema. Non pretendo certo che tutti si dedichino al codice, ma l’anacronismo dell’ignoranza del funzionamento del web in questa professione, per la mia esperienza personale direi largamente diffusa (magari sbaglio, magari è stupida presunzione la mia), ecco, almeno questo vorrei si superasse velocemente.
      Come ho detto, i segnali mi sembra ci siano e tutto sommato sono ottimista (nonostante proprio oggi pensavo a un convegno su web e accessibilità a Palazzo Ducale nel 2007 e al fatto che non è proprio cambiato tantissimo, se ci guardiamo bene intorno).
      Vedremo cosa diranno i dati, giusto? ;))

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  2. Simone Vettore ha detto:

    Ciao Marco, post come sempre stimolante e ricco di quelle informazioni che solo tu e pochi altri sapete dare ai non adepti (tra i quali mi includo).
    Diciamo subito che concordo sulla maggior parte delle cose che hai scritto, ovvero, sintetizzando: i social network sono uno strumento (= il mezzo, non il fine delle biblioteche) e se decidiamo di utilizzarli dobbiamo farlo al meglio ed in modo integrato (non solo FB), sfruttandone appieno le potenzialità e questo, in linea di principio, implica accettare pure l’idea che si possano spendere – o meglio, investire – un po’ di soldini (anche perché, come ben spieghi, Internet non è gratis); a tal riguardo i metadati, disponibili in quantità impensabili (big data), grazie alle potenze di calcolo a disposizione si trasformano in autentiche miniere di informazione, per scopi nella maggior parte dei casi nemmeno immaginabili e che vanno oltre alla profilazione degli utenti. Diciamo che non ho trovato convincente, per più motivi sui quali qui sorvolo, le motivazioni addotte a Milano a favore dell’utilizzo di Foursquare (ed in generale dei servizi di geotagging) in biblioteca; piccolo distinguo a parte, complessivamente sulla parte “tecnica” possiamo dire di andare a tarallucci e vino.
    Il nocciolo della questione però a mio avviso è quella che definisci “questione etica” e sulla quale ammetti di non avere una risposta; nemmeno io, se è per quello, posso offrire risposte valide in assoluto ma sono, questo sì, convinto che i bibliotecari debbano dirimerla PRIMA (e non dopo!) di cimentarsi con social network e simili.
    Le domande da un milione di dollari (del tipo: con la crisi che c’è, è giusto pagare un social media manager? e un bibliotecario?) te le stai già ponendo, quindi non mi dilungo.
    Probabilmente, in considerazione dell’attuale periodo di transizione, la soluzione migliore consiste nel procedere caso per caso: in alcune realtà i social network in biblioteca (almeno nel modo professionale che tu intendi) trovano una loro giustificazione ma in numerose altre no.
    Si tratta naturalmente del mio punto di vista, ma dalle posizioni espresse a Milano non mi pare di essere in solitudine; sullo sfondo, infatti, c’è il dilemma dei dilemmi (Lankes VS Ridi, come tu hai già osservato): che tipo di biblioteca vogliamo costruire per il futuro? Una “biblioteca” piena di amenità o una biblioteca che assolva al suo compito, mai importante quanto in questo periodo di travasamento di informazioni dall’analogico al digitale, di trasmissione alle generazioni che verranno?
    Ad assicurare questo fine possono essere utili i social network? La risposta che si da a questa domanda costituisce, a mio avviso, un primo passo per stabilire le attuali priorità della comunità bibliotecaria ed a dirimere la spinosa questione etica che tu poni.

    PS Scusa per la lunghezza, ai tuoi post è difficile replicare in poche righe!

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  3. Ciao Simone, la lunghezza è un problema mio semmai, non tuo ;))
    Sullo stabilire le attuali priorità sono d’accordo con te. E’ anche vero però che dobbiamo fare i conti con un mondo, le biblioteche, che comprende quelle scolastiche (se esistono ancora…), quelle di ente locale, di conservazione, specialistiche o accademiche, per non parlare degli archivi. Trovo difficile, se non inutile, affrontare il tema con un approccio generalista (infatti tu dici giustamente “in alcune realtà i SN possono andare / in numerose altre no”).
    Le biblioteche pubbliche di ente locale in fondo hanno più necessità di relazionarsi con le persone, se vogliono costruire una base di partecipazione ampia. Detta così sembra un luogo comune. Lo è, ed è inflazionatissimo, per questo vorrei che si passasse dai luoghi comuni alla pratica, che vuol dire professionalità a tutto tondo e scalabilità nel mondo digitale (che non è solo “social network” ovviamente, vedi lo strumento “forum” che non è mai stato preso in considerazione nella nostra storia).

    Su Foursquare ci sarebbero fiumi di parole da spendere. Quello che posso dire è che, come diceva Tatiana nel commento sopra, è impossibile rendere conto di un discorso complesso come i location-based services in così poco tempo. Poi, per quanto il CEO Dennis Crowley sia ottimista su Foursquare, il mondo del “check-in” è in subbuglio e forse ancora in via di definizione.
    Instagram pare voglia rimpiazzare l’integrazione con API e database di Foursquare con Facebook Places, e già qui si prefigurano gli scenari più disparati; Vine, Yelp, Flickr e centinaia di altre app mobile per ora tengono e guardacaso Microsoft ha finanziato da poco Foursquare (forse per un integrazione con i Windows Phone). Appdata non mente e rivela un trend stagnante per la app di Foursquare. Ma non è tutto qui.
    Una cosa interessante (che con un po’ di tempo sono sicuro che Cristina e Tatiana avrebbero potuto mettere sul tavolo) della georeferenziazione è il “linguaggio macchina” e quello che si può fare per amplificare l’esperienza digitale delle persone. API con le quali far apparire (pop-up) e scaricare una collezione di libri digitali legata a un certo luogo (il classico “venue”), tanto per dire. Insomma già la app Cityteller mi sembra un esperimento che va in questa direzione, e non è certo l’unica.
    Siamo agli inizi ed è un mondo tutto da esplorare (perché poi ci saranno da prendere in considerazione le automobili connesse, le biciclette connesse e magari le carrozzine connesse, chissà) ma ha a che fare, se vogliamo trovare un senso per le biblioteche in questo mondo, con la diffusione libera della conoscenza anche fuori dalle nostre quattro mura. Anche questo magari un luogo comune, però è bello.

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