“La biblioteca diventa social” di Cristina Bambini e Tatiana Wakefield (Editrice Bibliografica, 2014)

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Ho finito di leggere “La biblioteca diventa social” di Cristina Bambini e Tatiana Wakefield (Editrice Bibliografica, 2014).

Lo dico subito: bello, mi è piaciuto.
Il libro non è soltanto un mix riuscito di teoria e suggerimenti pratici ma uno di quei testi che segnano anche un confine.
Premessa necessaria: lo dicono le stesse autrici che non hai per le mani un libro tecnico o esaustivo (anche perché parlare di esaustività per i social media non è certamente opportuno, p. 8).

Cosa significa? Che hai per le mani esattamente quello che vogliono offrirti: un punto di partenza. E, se guardi bene, nel tuo lavoro sei periodicamente e ciclicamente davanti a un nuovo punto di partenza.
Per questo dico che La biblioteca diventa social segna un confine. Siamo arrivati qui, (ri)partiamo da qui. Sembra una banalizzazione, ma sotto brulicano complessità non da poco.

La biblioteca diventa social, copertina
Cristina Bambini,
Tatiana Wakefield, La biblioteca diventa social, Editrice Bibliografica, 2014. ISBN 9788870757699

Prendi un arco di tempo abbastanza ampio. Prendi come inizio la sfuriata di Clifford Stoll di quasi vent’anni fa in uno di quegli articoli destinati a diventare un riferimento onnipresente nelle cronologie del social web.

Poi prendi il Convegno delle Stelline 2014 e la summa dei suoi interventi, prendi due bibliotecarie corazzate (p. 12: è arrivato il momento di cambiare rotta; di corazzarci) che pubblicano un libro dal titolo che più semplice, diretto (e quindi potente), non si può. Poi fai due conti.
Sono stati scritti oceani di parole in questi vent’anni, in tutte le lingue conosciute, dentro e fuori gli ambienti della biblioteconomia. Parole che cercavano di costruire una rappresentazione possibile della realtà e un senso spendibile anche professionalmente, perché il senso è quella cosa che ti permette di stare a galla, di guardare al presente con ottimismo e di farti venire la voglia di rischiare.
Oggi qualcuno, nel mondo delle biblioteche, prova a concentrare una massa non certo facile in un libro di 119 pagine, agile, ben scritto, con un occhio attento anche all’applicazione pratica e soprattutto “rizomatico”.
Cosa significa?
Significa che mi piacciono i libri che aprono molte porte e qui c’è solo l’imbarazzo della scelta. Per chiunque.

Sì, va bene, hai già letto tutto Pierre Levy, Clay Shirky, David Weinberger, i libri e i post tecnici di Vincenzo Cosenza e sai a memoria le frasette ad effetto di Seth Godin. Sai anche cos’è il trasmedia storytelling e hai cercato di esplorare il cosiddetto Marketing 3.0.
Magari segui Vint Cerf da quando è nato Internet, magari hai alle spalle una frequentazione assidua degli articoli sul tema pubblicati negli anni sul Bollettino Aib e Biblioteche oggi e hai sfogliato il novanta per cento delle pubblicazioni della Bibliografica. E chissà cos’altro.
Questo libro è scritto anche per te, perché in fondo (spero di non aver frainteso grossolanamente) La biblioteca diventa social è anche e soprattutto un’esortazione ad agire. Quello che nel digital marketing viene chiamato call-to-action. Discuti, critica se vuoi, ma agisci (riflettendo), studia, progetta, clicca, mettiti in gioco (e scendi dal piedistallo una buona volta, se vuoi vivere nella modernità).
In una parola: stupiscici, più ne sai e meglio è.

Militanza operosa

Avevamo paura che in questa immensa electronic wonderland, per dirla con le parole di Stoll, ci fosse una grave mancanza: il contatto umano.
Tatiana e Cristina partono da qui: agire sui social significa infatti incentivare la militanza operosa, creare calore attorno all’istituzione, renderla costantemente protagonista di un interesse collettivo (p. 7).
Calore, persone, rete e dinamiche sociali. La rete è fatta di persone, le funzionalità tecnologiche vengono dopo.
Appunto, il contatto umano.
Il primo capitolo introduce il Web marketing 2.0 e Biblioteche 2.0. Cosa ci stiamo a fare in queste definizioni? Ho apprezzato molto lo sforzo di Cristina e Tatiana di riassumere in 10 pagine il senso dell’esserci (la biblioteca deve pertanto diventare attraverso i social un nuovo ‘progetto di senso’, p. 14) in questa rivoluzione che investe per forza anche i bibliotecari. La costruzione dell’informazione e dell’offerta culturale (p. 19) è il futuro.
Non è da tutti saper maneggiare l’usabilità delle parole per rendere semplice, appetibile e fruibile una tesi che già in partenza dovrà superare non pochi ostacoli prima di essere ascoltata.

Manuale d’uso

Il secondo capitolo si sviluppa su circa quaranta pagine e cerca di offrire una panoramica dei maggiori social network . Panoramica semplice, come dovrebbe essere. Ma non scontata perché di account Foursquare, Pinterest e Instagram di biblioteche, ad esempio, non è che nel nostro paese ce ne siano molti per ora. Anche qui, si aprono infinite porte se vuoi approfondire: le note bibliografiche non mancano, gli spunti ci sono tutti. Stupiscici.

Strategie e business plan

Terzo capitolo e qui viene il bello, perché i bibliotecari che hanno ancora dei dubbi su come e perché le biblioteche dovrebbero includere tra i propri obiettivi anche una strategia seria di presidio sul social web, troveranno pane per i loro denti.
Che poi magari non è tanto un problema dei bibliotecari quanto delle amministrazioni o di certe “visioni dall’alto”.

Le biblioteche servono per dare i libri agli utenti, poi possono fare anche altre cose ma non è quello il loro “core business”

mi è stato detto una volta (nemmeno troppo tempo fa). Mi stupisco di come il radicamento di un preconcetto del tutto anacronistico come questo, se vogliamo guardare in faccia la realtà dei fatti con occhio professionalmente un po’ più moderno, sia alle volte tanto più forte quanto più si sale nella piramide gerarchica.
Questo capitolo parla anche a loro, ai “radicati”, a chi fatica o non vuole fare i conti con il nostro tempo. L’importanza dell’ascolto (social listening), network effect, nuove relazioni interne nell’ottica del team di lavoro e di una corretta impostazione della strategia e del business plan (cioè arricchire l’esperienza sociale, creativa e comunicativa della biblioteca insieme e non con l’espediente del singolo community manager che rischia invece di appiattirla in mancanza di confronto e magari finendo col parlarsi addosso) e quindi scambio, valutazioni strategiche, responsabilità e policies. Fa capolino anche un aspetto, il legal divide (p. 69), che merita di diventare uno dei cavalli di battaglia dell’alfabetizzazione sul web e sulle pratiche di condivisione e riuso del materiale in rete.

Vale la pena soffermarsi, pesare considerazioni e suggerimenti e valutare bene: le autrici offrono un percorso tutto sommato standard per il social web ma gli elementi di base sono sempre importantissimi. Mai sottovalutare quello che sicuramente non sottovalutavamo prima, ad esempio, nella strategia di incremento delle collezioni fisiche della biblioteca: progettare vuol dire guardare avanti. Il design è tanto più funzionale quanto più è il risultato di molte teste pensanti.

Di strutture e socialità

Ultimo capitolo. Forse hai giá popolato il taccuino “I’m a librarian” del tuo Evernote di centinaia di appunti, link e possibili approfondimenti. Controlla la batteria dello smartphone.
Qui ti aspettano i processi alla base dell’intelligenza collettiva, l’importanza della promozione di una cultura open (open source, open content, open application e open data) e un invito alla trasparenza con le parole di Jerome Liss e della sua comunicazione ecologica (p. 104, un’altra porta che si apre…).
Tutto questo deve diventare parte del tuo lavoro (p. 103). Ma nulla è definitivo (come la pergamena), perché come dice Rossana Morriello lo scopo degli archivi è condividere informazioni in un contesto di beta permanente (p. 103). Punto.
E in mezzo ci sono il marketing collaborativo e la nuova cultura organizzativa che sta esplodendo nel XXI secolo, senza contare un richiamo d’obbligo alla Carta dei Valori di Giovanni Di Domenico (p. 106).

All’inizio dicevo che questo libro segna un confine, che aggiunge un pin necessario sulla mappa della biblioteconomia in Italia. Ci arrivi alla fine, quando ti rendi conto che non è così facile dire no a tutto il discorso, quando magari ti accorgi che per più di cento pagine la tua priorità non è stata se considerare o meno questi argomenti parte del tuo corredo professionale. E’ questo il senso, è per questo che devi leggerlo: perché sei un professionista che opera nel campo dell’informazione e sai che è molto più facile cedere alle lusinghe della paura che non guardarti intorno. Ecco, guardati intorno, dice il libro, guarda un po’ come si è riprogrammato il mondo e vedi tu se non è il caso di portarci dentro anche le biblioteche.
Perché se la metti sul piano solo del prestito dei libri finisce che qualcuno, prima o poi, si trova d’accordo con David Harsanyi. Ma è possibile generare l’inaspettato?, si chiedono le autrici a p. 15. Dimostra a David Harsanyi che sai rispondere a questa domanda, poi vediamo.

Di nuovo: questo libro può essere un punto di partenza accessibile a tutti. Poi è normale che molte questioni rimangano fuori, per forza di cose e soprattutto perché ogni libro deve avere il coraggio di scegliere un percorso.
A me questa scelta e questo percorso piacciono. Posso solo immaginare i problemi che devono essersi posti le autrici, prima di decidere di affrontare di petto un argomento così vasto e per molti versi ancora spinoso.
È un manuale? Sì e no. Ma di manuali è pieno il mondo (e il web, che è la stessa cosa). Lontano da qui, bibliotecari come Laura Solomon e David Lee King hanno già scritto compendi e manuali pratici. Sono ben oltre il confine. Noi avevamo bisogno di lavorare ancora un po’ su questo confine. Voglio credere che da qui in poi ci sará più spazio per nuove discussioni tecniche e meno spazio per i panegirici deontologici.

Mi piace pensare che un domani, quando durante una riunione per discutere il nuovo banner di Facebook ti toccherà fermarti e ascoltare le perplessità di Clifford Stoll che escono a sorpresa dalla bocca del tuo collega, potrai dirgli: guarda, prova a leggere questo libro. Ti stupirai.

Mi piace pensare che dopo aver letto cose come:

si potrebbe dire che [i social media] siano acceleratori, capaci di aumentare la capacità di elaborazione dell’informazione (p. 95)

oppure le considerazioni sul marketing della conoscenza che chiamano in causa Michele Rosco, Philip Kotler e Max Giovagnoli, quello stesso collega torni e ti dica: l’ho letto, ma in pratica è quello che sostiene il Manifesto Unesco!

Un’ultima cosa. La lettura di questo libro è arrivata dopo aver ascoltato il recente keynote di fine corso di David Lankes

Non ho potuto fare a meno di leggere La biblioteca diventa social senza l’eco delle parole di Lankes in testa che, vuoi per la stanchezza del momento vuoi perché non è facile resistere al fascino di un appello così carico di emozione, mi hanno profondamente commosso.
– You’re not in the book business, you’re in the community business!
Urla Lankes nel momento cruciale del suo discorso.

E’ bello pensare che il passo per arrivare davvero al community business sia in qualche modo facilitato anche da libri come questi.

Lunedì 28 aprile, alle 17.00, le autrici presenteranno La biblioteca diventa social nella Sala degli Affreschi del Consiglio Regionale della Toscana. In bocca al lupo!

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“La biblioteca diventa social” di Cristina Bambini e Tatiana Wakefield (Editrice Bibliografica, 2014)

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