“Leggere per Leggere” a Valpiana. Parlare con le macchine, incontrare persone.

Simple is hard. Easy is harder. Invisible is hardest.

Jean-Louis Gassée

Ieri sono stato ospite del coordinamento di “Leggere per Leggere” a Valpiana, nel bellunese. Mi hanno chiesto di spendere due parole sulla comunicazione e l’uso dei social network, cosa che faccio sempre con grande piacere.

Recentemente ho passato parecchio tempo immerso nell’architeturra delle informazioni, negli ultimi sviluppi dell’usabilità delle interfacce e nella online user experience in generale. Devo ammettere che, rispetto a una volta, il mio modo di vedere i social media (e i social network in particolare) è cambiato molto. Non vedo più nella lezione giornalistica un valido aiuto per comunicazioni che si svolgono al di fuori dell’ambito giornalistico, ad esempio. Ma non è tanto questo il punto, ci vorrebbero troppi post per articolare un discorso del genere.

Il punto è (continuavo a pensarci anche in macchina, durante il ritorno lungo una desolata e notturna A27) che non vedo più alcuna speranza di successo nelle strategie della costruzione di un senso (promozione, marketing, conversazione), sui social, che non tengano conto di un passaggio fondamentale: parlare alle macchine per impedire alle macchine di non farci parlare con le persone. Siccome sto studiando da tempo tutto ciò che mi può far esplorare più a fondo questo problema, tendo a far convergere molti aspetti della strategia digitale e della comunicazione web e social verso questa direzione.

E, con mia grande sopresa, nonostante argomenti come micro e metadati, il knowledge graph, la semantica del web e altre geekerie del mondo di Facebook e compagnia bella, argomenti che ammetto non si digeriscono in poche ore (tantomeno si esplorano se non superficialmente), nonostante questo ho trovato nei professionisti di “Leggere per Leggere” ascoltatori più che attenti, critici e anche molto entusiasti.
Hanno capito che non ci si improvvisa amministratori di una pagina Facebook con quattro citazioni di Zuckerberg , che lo storytelling non è tanto una buzzword che fa il verso alla narrazione letteraria, quanto uno dei tanti pezzi del puzzle e che quando parli da uno schermo c’è sempre un essere umano dall’altra parte, però con un altro schermo di mezzo e magari diverso dal tuo.

Il punto è, me ne convinco sempre di più, che se sai canticchiare una ninna nanna confezionata ad hoc per Edgerank, è più facile che brutali processi algoritmici non spezzino la narrazione della tua storia. Che architettare buoni processi di offerta delle informazioni significa ridurre il numero dei “salti”. Che poi sarebbero i “click”. Che affidarsi a qualcuno di più esperto è utile, purché quel qualcuno abbia il coraggio di non essere troppo geloso del suo expertise.

Che, ma questo lo aggiungo io, la “catena del valore” come la intendeva Porter trent’anni fa è stata dichiarata datata già negli anni novanta da Richard Norman e Rafael Ramirez. Reinventare il valore riconfigurando i ruoli e le relazioni tra una “costellazione di attori”, diceva Norman.
Che mi sembra una definizione perfetta quando parliamo di attori, lettori, educatori e in generale promotori della lettura come i professionisti di “Leggere per Leggere”.

Certo, loro hanno un vantaggio non da poco: nessuna verticalizzazione e un rapporto completamente alla pari. Proprio per questo, auguro loro un futuro sempre più radioso. Anche nel web.

 

“Leggere per Leggere” a Valpiana. Parlare con le macchine, incontrare persone.

#Socialmedia: tre letture per una cultura della rete

I see a bigger social issue at work with digital literacy.

I believe that learning to live mindfully in cyber culture is as important to us as a civilization, as it is vitals to you an me as individuals.

Howard Rheingold, Net Smart: how to thrive online, The MIT Press, 2012.

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere alcune interessanti dichiarazioni del Censis a proposito dell’undicesimo Rapporto Censis-Ucsi sulla Comunicazione, presentato recentemente a Roma. Il Censis non è andato tanto per il sottile e ha parlato di “una vera e propria evoluzione della specie” a proposito degli italiani e del loro rapporto con la tecnologia, con il web e con i social media (63,5% della popolazione connessa, con i giovani al 90,4%).
Nell’entusiasmo generale non sono mancate dichiarazioni del tipo:

assistiamo a un ulteriore salto di qualità nel rapporto degli italiani con i media

stiamo finalmente entrando anche noi nell’era biomediatica, un’era in cui diventano centrali la trascrizione virtuale e la condivisione telematica delle biografie personali attraverso i social network

Mi auguro che per i bibliotecari e in generale gli entusiasti dell’ultima ora non sia certo questa la molla per il salto nel social web, nella cultura dei media digitali e nei nuovi framework delle conversazioni online.
Le perplessità non sono poche: il “salto di qualità” di cui si parla è davvero tale o semplicemente si tratta di un aumento quantitativo delle connessioni? E, nel caso, l’aumento delle ore di connessione e degli accessi alle piattaforme sociali in rete, per quanto con buone percentuali di ricerche di informazioni su aziende, prodotti e servizi, si può definire davvero un “salto di qualità”?

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