Twitter al #convegnostelline 2017

Anche quest’anno mi sono divertito a raccogliere lo streaming dell’hashtag #convegnostelline, cosa che poi si traduce sempre anche in un po’ di sana palestra su metadati, Api e workflow sulle data pipelines.

TL;DR

Il senso di questo post si può riassumere in questo dataset, contenente una serie di tweet con url espansi o embeddati nel tweet, che mi ha permesso di recuperare alcune informazioni e link molto interessanti condivisi durante il convegno.

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Twitter al #convegnostelline 2017

#Convegnostelline 2016 (o anche #stelline16 o #bibliostar oppure…)

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Mercoledì 16 marzo alle 23.11 ho lanciato un twitter mining con gli hashtag #convegnostelline, #stelline16 e #bibliostar (tanto per essere precisi, con la condizione logica “o”, non “e”). Ho terminato lo script venerdì 18 marzo alle 22.37.

I grafici finali di questo lavoro sono:

Per tutto il resto, mi spiego meglio.

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#Convegnostelline 2016 (o anche #stelline16 o #bibliostar oppure…)

Facebook, l’engagement silenzioso e quello che gli insights non dicono

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Durante una recente analisi “trimestrale” (in gergo un “trimestrale” tout court) per una pagina Facebook, mi erano saltati all’occhio alcuni dettagli interessanti tanto che, finito il tutto, mi ero ripromesso di riprendere in mano i dati per esplorare meglio alcuni aspetti di quel mondo oscuro che chiamiamo “fan silenziosi”.

Il problema: una serie di post non sponsorizzati e non facenti parte di nessuna campagna di advertising (ma frutto comunque di un piano strategico del contenuto) risultavano accomunati da basse visualizzazioni, bassa copertura e un ancora più basso coinvolgimento.

In genere sono cose che saltano subito all’occhio (lavorando con API e dati grezzi, chiaro, non certo grazie agli insights di Facebook che, per quanto tentino di visualizzare il coinvolgimento medio per tipi di post, per come aggregano e visualizzano i dati è abbastanza ovvio che non servono a un granché), però la soluzione più economica è spesso quella di dire: “ok, non perdiamo tempo, via questi tipi di post dal calendario e non ci pensiamo più”.

Però.

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Facebook, l’engagement silenzioso e quello che gli insights non dicono

“Leggere per Leggere” a Valpiana. Parlare con le macchine, incontrare persone.

Simple is hard. Easy is harder. Invisible is hardest.

Jean-Louis Gassée

Ieri sono stato ospite del coordinamento di “Leggere per Leggere” a Valpiana, nel bellunese. Mi hanno chiesto di spendere due parole sulla comunicazione e l’uso dei social network, cosa che faccio sempre con grande piacere.

Recentemente ho passato parecchio tempo immerso nell’architeturra delle informazioni, negli ultimi sviluppi dell’usabilità delle interfacce e nella online user experience in generale. Devo ammettere che, rispetto a una volta, il mio modo di vedere i social media (e i social network in particolare) è cambiato molto. Non vedo più nella lezione giornalistica un valido aiuto per comunicazioni che si svolgono al di fuori dell’ambito giornalistico, ad esempio. Ma non è tanto questo il punto, ci vorrebbero troppi post per articolare un discorso del genere.

Il punto è (continuavo a pensarci anche in macchina, durante il ritorno lungo una desolata e notturna A27) che non vedo più alcuna speranza di successo nelle strategie della costruzione di un senso (promozione, marketing, conversazione), sui social, che non tengano conto di un passaggio fondamentale: parlare alle macchine per impedire alle macchine di non farci parlare con le persone. Siccome sto studiando da tempo tutto ciò che mi può far esplorare più a fondo questo problema, tendo a far convergere molti aspetti della strategia digitale e della comunicazione web e social verso questa direzione.

E, con mia grande sopresa, nonostante argomenti come micro e metadati, il knowledge graph, la semantica del web e altre geekerie del mondo di Facebook e compagnia bella, argomenti che ammetto non si digeriscono in poche ore (tantomeno si esplorano se non superficialmente), nonostante questo ho trovato nei professionisti di “Leggere per Leggere” ascoltatori più che attenti, critici e anche molto entusiasti.
Hanno capito che non ci si improvvisa amministratori di una pagina Facebook con quattro citazioni di Zuckerberg , che lo storytelling non è tanto una buzzword che fa il verso alla narrazione letteraria, quanto uno dei tanti pezzi del puzzle e che quando parli da uno schermo c’è sempre un essere umano dall’altra parte, però con un altro schermo di mezzo e magari diverso dal tuo.

Il punto è, me ne convinco sempre di più, che se sai canticchiare una ninna nanna confezionata ad hoc per Edgerank, è più facile che brutali processi algoritmici non spezzino la narrazione della tua storia. Che architettare buoni processi di offerta delle informazioni significa ridurre il numero dei “salti”. Che poi sarebbero i “click”. Che affidarsi a qualcuno di più esperto è utile, purché quel qualcuno abbia il coraggio di non essere troppo geloso del suo expertise.

Che, ma questo lo aggiungo io, la “catena del valore” come la intendeva Porter trent’anni fa è stata dichiarata datata già negli anni novanta da Richard Norman e Rafael Ramirez. Reinventare il valore riconfigurando i ruoli e le relazioni tra una “costellazione di attori”, diceva Norman.
Che mi sembra una definizione perfetta quando parliamo di attori, lettori, educatori e in generale promotori della lettura come i professionisti di “Leggere per Leggere”.

Certo, loro hanno un vantaggio non da poco: nessuna verticalizzazione e un rapporto completamente alla pari. Proprio per questo, auguro loro un futuro sempre più radioso. Anche nel web.

 

“Leggere per Leggere” a Valpiana. Parlare con le macchine, incontrare persone.

“La biblioteca diventa social” di Cristina Bambini e Tatiana Wakefield (Editrice Bibliografica, 2014)

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Ho finito di leggere “La biblioteca diventa social” di Cristina Bambini e Tatiana Wakefield (Editrice Bibliografica, 2014).

Lo dico subito: bello, mi è piaciuto.
Il libro non è soltanto un mix riuscito di teoria e suggerimenti pratici ma uno di quei testi che segnano anche un confine.
Premessa necessaria: lo dicono le stesse autrici che non hai per le mani un libro tecnico o esaustivo (anche perché parlare di esaustività per i social media non è certamente opportuno, p. 8).

Cosa significa? Che hai per le mani esattamente quello che vogliono offrirti: un punto di partenza. E, se guardi bene, nel tuo lavoro sei periodicamente e ciclicamente davanti a un nuovo punto di partenza.
Per questo dico che La biblioteca diventa social segna un confine. Siamo arrivati qui, (ri)partiamo da qui. Sembra una banalizzazione, ma sotto brulicano complessità non da poco.

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“La biblioteca diventa social” di Cristina Bambini e Tatiana Wakefield (Editrice Bibliografica, 2014)

Biblioteche, metadati e social media marketing. Riflessioni a margine del convegno delle Stelline 2014

Social network graphs combined with metadata are essentially inference engines.

Andy Green, 12 giugno 2013

I social media e il web non sono mai stati gratis, non per noi almeno, non per chi gestisce la presenza sul web di un’istituzione come la biblioteca.
Lo ha spiegato bene Johannes Neuer nel suo intervento al convegno delle Stelline 2014.

Social media has never been a free medium even though networks and some tools don’t cost anything 1.

La questione è complessa, senza dubbio. Innanzitutto c’è una bella differenza tra social media e social media marketing.
E c’è una bella differenza tra l’uso che un singolo individuo può fare, privatamente, dei social media e l’uso che può (e dovrebbe) farne una biblioteca o un’istituzione pubblica in generale.

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Biblioteche, metadati e social media marketing. Riflessioni a margine del convegno delle Stelline 2014

Teorie e pratiche dei social network per bibliotecari? No, ecosistema dei #socialmedia.

Questo articolo riprende il discorso su biblioteche e social media iniziato qui. In qualche modo devo a una frase de L’Anti-Edipo di Deleuze-Guattari la scintilla per tutte le riflessioni che seguono:

Parole di verità, tecnologia del potere, macchina desiderante. Ecco la triplice funzione delle formazioni discorsive

Non c’è alcuna relazione diretta con il contenuto dell’articolo, di ben altra natura, quindi non aspettatevi alcuna deriva filosofica o speculativa. Parlo di cambi di prospettiva e della necessità di ridiscutere la didattica dei social media. Parlo dell’inutilità di continuare a farlo nel mondo delle biblioteche in modo asettico e autoreferenziale, senza aprire le porte agli input esterni alla professione.
Comunque, per quanto possa sembrare assurdo, tutto questo lo devo davvero alla frase citata, grazie forse a qualche oscura analogia inconscia che ignoro. Giudicate voi, oramai quel che è fatto è fatto.

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Teorie e pratiche dei social network per bibliotecari? No, ecosistema dei #socialmedia.